Menopausa e Alzheimer: esiste una correlazione?

Vito Girelli
  • Dott. in Comunicazione pubblica, digitale e d'impresa

Sull’alzheimer adesso si conoscono molte cose, dalla possibile cura sperimentale alle persone che sono maggiormente esposte al rischio. Scopriamolo insieme.

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Lo rivela uno studio congiunto di due università, statunitense una ed europea l’altra, condotto su campione di 17 adulti sani di età compresa tra 35 e 65 anni, senza problemi di sonno e senza alcun deficit cognitivo.

I ricercatori, analizzando il liquido cefalorachidiano (il fluido che circonda il cervello e il midollo spinale) dei soggetti, sia in condizioni normali che dopo una notte di sonno disturbato, hanno rilevato un aumento di beta-amiloide, una proteina cerebrale associata all’Alzheimer. Ripetendo l’esperimento per più notti, si è manifestato anche un aumento della proteina tau, collegata a danni cerebrali nell’Alzheimer e in altre malattie neurologiche.

Menopausa e Alzheimer: esiste una correlazione?

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Esiste una stretta correlazione tra la menopausa e il rischio di ammalarsi di Alzheimer, che sarebbe da attribuire al calo di estrogeni che si verifica in questo particolare periodo di vita della donna. Alla fisiologica diminuzione di ormoni si accompagnano, infatti, cambiamenti metabolici nel cervello che potrebbero aumentare il rischio di ammalarsi di Alzheimer.

Lo rivela una ricerca condotta presso la Cornell University dall’italiana Lisa Mosconi. Lo studio suggerisce anche l’importanza di agire per tempo, con forme compensatorie di neuro protezione, come per esempio gli antiossidanti, già prima della menopausa e, successivamente, per correggere il declino ormonale e per proteggersi dalle conseguenze.

La proteina contro l’Alzheimer

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Un filone di ricerca tutto italiano apre la via alla comprensione della malattia di Alzheimer e alla possibilità di trovare, in futuro, nuove possibilità di cura attraverso la scoperta della funzione di un enzima, chiamato ADAM 10, in grado di prevenire la produzione di Beta amiloide, da anni considerato uno dei principali “indagati” nella morte neuronale.

Lo studio della professoressa Monica Di Luca, del Dipartimento di Scienze Farmacologiche e Biomolecolari dell’Università di Milano, pubblicato recentemente sul Journal of Clinical Investigation, è il primo a contestualizzare la malattia di Alzheimer in modo molto preciso, scoprendo i meccanismi che regolano una delle vie principali della malattia stessa. I prossimi passi sono quelli di trovare il metodo farmacologico per bloccare l’enzima ADAM 10 sulla membrana cellulare, prolungandone l’attività.

E’ una scommessa molto importante se consideriamo che la malattia di Alzheimer è tra le dodici patologie cerebrali a più alto costo sociale ed economico per la società europea.

Costi che continueranno a crescere nel quadro di un’aspettativa di vita della popolazione europea in continuo aumento. “A questo proposito – precisa la Di Luca – è bene ricordare che una diagnosi precoce e una terapia tempestiva possono contribuire a rallentare la progressione della malattia e l’istituzionalizzazione dei pazienti, oltre che ridurre la prevalenza di malattia nella popolazione del 30%. Tutto questo è stato stimato per i pazienti in 6 anni in più di vita serena, senza aumentare le aspettative di vita”.