Adolescenti: come aiutarli a non sbagliare

Il periodo dell’adolescenza è molto difficile non solo per i ragazzi che la vivono ma anche per le loro famiglie che non sanno più come rapportarsi con loro. Vediamo come poter risolvere le insidie più comuni.

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Anche nelle famiglie più sane, l’adolescenza segna una fase molto delicata della vita dei ragazzi: il periodo in cui maggiormente si accentua il distacco dalla famiglia e dai genitori. Alla ricerca di una maggiore autonomia, già verso gli 11-12 anni cresce progressivamente in loro l’importanza del gruppo dei pari.

Una nuova realtà entra a far parte del loro mondo, rinforzandone l’identità ma, all’orizzonte, può apparire anche una nuova fonte di guai. Come la cronaca ci ricorda periodicamente, quando si trasforma in branco il gruppo è capace di compiere atti orrendi: violenze su homeless indifesi, aggressioni per la strada, ma anche veri e propri abusi compiuti su un membro del gruppo stesso.


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Come fare a tenere i propri figli al riparo da queste insidie? E come capire se qualcosa non va? La prima risposta è quella a cui è più difficile dare una spiegazione costruttiva. Infatti, più il ragazzino è strutturato, cioè “cresciuto bene” grazie all’appartenenza a una famiglia sana, meno sarà sensibile al richiamo del branco e del suo leader.

Non così, invece, per chi è cresciuto in una famiglia disturbata, senza il riferimento di una figura paterna positiva e, come spesso accade, con una mamma iper-protettiva e invadente. Adolescenti di entrambi i sessi che hanno questo background avvertiranno più forte il richiamo del capo branco, modello di autorità che rappresenta quello che tutti nel gruppo vorrebbero essere.

Con il passare degli anni, e anche a causa dell’atteggiamento contestatorio che caratterizza l’adolescenza, diventa sempre più difficile vietare certe frequentazioni.

Aiutiamo i ragazzi ad aver meno bisogno del gruppo

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 Ovviamente (ed eccoci alla parte costruttiva della risposta), non è mai troppo tardi per aiutare i nostri piccoli a diventare più grandi e soprattutto più forti. E la strada è sempre la stessa: sottolinearne le prestazioni positive, in modo da attivare un circolo virtuoso che aumenta progressivamente l’autostima.

Se io valgo come singolo ho bisogno del gruppo, sì, ma non per esistere. Insomma, scelgo di appartenere a un gruppo se ne condivido lo spirito, i propositi, ma l’appartenenza non è l’elemento che mi dà un’identità e una riconoscibilità.


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