Sushi: l’impatto negativo sui nostri mari

Revisione dell’articolo a cura della dottoressa nutrizionista Martina De Renzis

Chi non è stato sedotto dal sushi e dai suoi colori invitanti? Il problema è che la diffusione di questo piatto ha avuto un forte impatto sui nostri mari, non solo perché è aumentato il consumo di pesce, ma soprattutto perché i ristoranti di sushi usano generalmente una varietà limitata di pesci. Come si possono allora “limitare i danni”?

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Orami, quasi per “moda”, il sushi anche in Italia è un piatto davvero consumato. Oggi, però, gli esperti di Slow Fish ci hanno spiegato come si può mangiare sushi senza distruggere la fauna ittica.

“Da quando il sushi si è diffuso in tutto il mondo, è stato completamente svalutato. Non diamo più peso all’abilità dello chef, al duro lavoro dei pescatori, né al gusto e alla freschezza del pesce stesso. Qui a Slow Fish vogliamo dimostrare che possiamo continuare a mangiare sushi se impariamo a farlo come si deve. Dobbiamo restituirgli valore, mangiarne meno e smettere di usare specie in pericolo. Ad esempio, al posto del tonno rosso (che rischia l’estinzione perché è molto richiesto in Giappone) si può usare la palamita (Sarda sarda), per il colore rosso della sua carne e per il suo sapore intenso, e al posto del salmone il sugarello, la leccia e la trota”.


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ha detto Stefano Ferrante, studente dell’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo.

“La preparazione della palamita non è così diversa da quella del tonno rosso. Io preferisco sempre usare specie che non siano in pericolo, e i miei clienti sono sempre molto soddisfatti”

ha confidato lo chef KatzoumiOta, che ha lavorato alla Sushi Island di Slow Fish. Insomma, un consumo più attento i pesce si può e si deve attuare: per saperne di più sul consumo responsabile del pesce, si può visitare il sito di Slow Fish oppure quello di  SustainableFish o, ancora, l’Environmental Defense Fund pocket sushi guide.


Arianna Preciballe
Laureata in Fashion Design
Esperta di: Diete e cura degli inestetismi
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