Sushi: l’impatto negativo sui nostri mari

Arianna Preciballe
  • Esperta di: Diete e cura degli inestetismi

Chi non è stato sedotto dal sushi e dai suoi colori invitanti? Il problema è che la diffusione di questo piatto ha avuto un forte impatto sui nostri mari, non solo perché è aumentato il consumo di pesce, ma soprattutto perché i ristoranti di sushi usano generalmente una varietà limitata di pesci. Come si possono allora “limitare i danni”?

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Orami, quasi per “moda”, il sushi anche in Italia è un piatto davvero consumato. Oggi, però, gli esperti di Slow Fish ci hanno spiegato come si può mangiare sushi senza distruggere la fauna ittica.

“Da quando il sushi si è diffuso in tutto il mondo, è stato completamente svalutato. Non diamo più peso all’abilità dello chef, al duro lavoro dei pescatori, né al gusto e alla freschezza del pesce stesso. Qui a Slow Fish vogliamo dimostrare che possiamo continuare a mangiare sushi se impariamo a farlo come si deve. Dobbiamo restituirgli valore, mangiarne meno e smettere di usare specie in pericolo. Ad esempio, al posto del tonno rosso (che rischia l’estinzione perché è molto richiesto in Giappone) si può usare la palamita (Sarda sarda), per il colore rosso della sua carne e per il suo sapore intenso, e al posto del salmone il sugarello, la leccia e la trota”.

ha detto Stefano Ferrante, studente dell’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo.

“La preparazione della palamita non è così diversa da quella del tonno rosso. Io preferisco sempre usare specie che non siano in pericolo, e i miei clienti sono sempre molto soddisfatti”

ha confidato lo chef KatzoumiOta, che ha lavorato alla Sushi Island di Slow Fish. Insomma, un consumo più attento i pesce si può e si deve attuare: per saperne di più sul consumo responsabile del pesce, si può visitare il sito di Slow Fish oppure quello di  SustainableFish o, ancora, l’Environmental Defense Fund pocket sushi guide.