Sanremo 2026: tra le lacrime della Brancale e il “Male necessario” di Fedez-Masini, ecco i segreti del Festival che inizia stasera

Le luci dell’Ariston si accendono, il brusio taglia l’aria salmastra di febbraio e l’idea è chiara: questo Sanremo 2026 nasce per scoperchiare il cuore, più che la vetrina. I passi dietro le quinte sono rapidi, i respiri misurati. Davanti, una platea che aspetta. Dentro, storie che premono per uscire.

Fedez e Masini, equilibrio paradossale

C’è un’immagine che resta in testa: Fedez e Marco Masini fianco a fianco. Non un vezzo, ma una rotta precisa. “Male necessario” nasce da una stima dichiarata. Parla di dolore come passaggio. Suona contemporaneo ma non insegue la moda. Masini conosce l’Ariston: vinse nel 2004 con “L’uomo volante”. Fedez ha già respirato la gara: secondo nel 2021 con Francesca Michielin. Qui il punto è l’incontro. La voce graffiata, la cassa dritta, la melodia larga. Tradizione e pop si danno la mano senza forzature.

I bookmaker li tengono d’occhio, ma le quote cambiano di ora in ora e non esiste un dato definitivo. Il televoto spesso pesa nelle serate finali, a seconda del regolamento. La critica valuta la scrittura. Il pubblico sente l’urto emotivo. Questa coppia, nel frattempo, sceglie una parola scomoda: necessità. È lì che prende forma il loro azzardo.

Brancale, cuore e tecnica al centro

La vera scossa emotiva ha il nome di Serena Brancale. I preascolti parlano di lacrime trattenute. La dedica alla madre sposta il baricentro. La sua voce, allenata fra jazz e soul, entra netta, senza orpelli. Brancale conosce il palco: nel 2015 presentò “Galleggiare”. Oggi arriva con una maturità che toglie alibi. Se esiste un brano capace di riportare il Premio della Critica al centro della conversazione, potrebbe essere il suo. Non per retorica, ma per qualità.

In mezzo, un’altra curiosità forte. Il debutto solista all’Ariston di Tommaso Paradiso promette un inno da radio. Il suo stile nostalgico funziona perché riconoscibile. Ritmi semplici, immagini chiare, ritornelli che restano. È il tipo di canzone che la gente canticchia in fila al bar. E questo, a Sanremo, pesa.

Il Festival di Sanremo targato Carlo Conti mette ordine e fiducia. Ha già guidato la kermesse dal 2015 al 2017 con ascolti solidi. Stasera lo affiancano l’energia di Laura Pausini e il fascino internazionale di Can Yaman. La direzione artistica sembra puntare su un racconto intero della musica italiana: dai tratti urban di Sayf alla scrittura elegante di Ditonellapiaga, già in gara nel 2022 con Rettore. Nessuna forzatura enciclopedica, però. Solo un equilibrio ragionato.

Dietro il tappeto rosso corre un’altra storia. Gli abiti sono opulenti, come sempre. I testi, invece, si fanno intimi. È un contrasto che racconta bene questo tempo. Apparire fa notizia. Dire qualcosa la cambia. Capita, ascoltando i pezzi, di sentire il freno tirato sullo slogan facile. È un segnale di maturità.

Il segreto, a metà serata, si rivela semplice. Conta la resa dal vivo. Conta la tenuta del fiato, la precisione delle dinamiche, la verità negli occhi. Quando la sala trattiene il respiro, non servono più cornici. La canzone, se regge, fa il lavoro per cui è nata.

Non è un invito al romanticismo cieco. È un promemoria. Le storie migliori, qui, hanno sempre trovato casa: dai classici che tutti citiamo alle fughe avanti che oggi paiono inevitabili. Stasera ricomincia il rito. Ognuno con il suo bagaglio. Noi, dall’altra parte, con una domanda semplice: quale voce, fra tante, ci farà venire voglia di alzarci domani, aprire la finestra e dire “oggi riparto da qui”?

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