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Tumori: l’aiuto in più della psico-oncologia

Professione psico-oncologo. Un supporto per il paziente oncologico, con terapie tradizionali e complementari: dai programmi per la cura della pelle e i problemi estetici delle pazienti, ai consigli di alimentazione per seguire una dieta sana.

Tumori: l’aiuto in più della psico-oncologia

Con la consulenza della dottoressa Valentina Di Mattei, ricercatore universitario Università Vita Salute San Raffaele – Milano.


Anche se la normativa italiana non la rende obbligatoria negli ospedali, la figura dello psico-oncologo è un valore aggiunto nella presa in carico del malato oncologico. L’indicazione ottimale è quella di affiancare la persona già dal primo stadio della malattia, una delle fasi più delicate, chiamata di “adattamento”. “Tuttavia - spiega la dottoressa Valentina Di Mattei, ricercatore universitario dell’Università Vita Salute San Raffaele -, all’inizio i pazienti non sono sempre inclini ad aprirsi da un punto di vista psicologico e spesso lo psico-oncologo viene chiamato alla fine delle terapie, quando inizia il momento del follow-up, che consiste in visite programmate nei mesi e negli anni successivi. Durante questo periodo, ci si sente abbandonati, si rielabora l’esperienza vissuta e si sente l’esigenza di essere presi in carico da un esperto. In genere, le donne sono le più sensibili nei confronti di questo problema e chiedono da subito il sostegno dello specialista”.

 

Come fare

In quasi tutti i reparti di oncologia del Belpaese è possibile avvalersi di questa figura, proprio per riuscire ad agire in sinergia con gli altri medici curanti. Qualora non dovesse esserci questa possibilità, ci si può rivolgere alla Società Italiana di Psico-oncologia (www.siponazionale.it), che fornisce indirizzi di centri di cura e nominativi di professionisti per ciascuna Regione d’Italia.

 

Le attività

“Lo psico-oncologo segue il malato attraverso colloqui”, prosegue Di Mattei, “oppure percorsi di psico-terapia, individuali o di gruppo. Il sostegno può passare anche attraverso programmi di percezione corporea di rilassamento, per esempio il training autogeno, per abbassare i livelli di stress. E ancora, tramite laboratori che suggeriscono come gestire gli effetti collaterali delle terapie, quali la perdita dei capelli, che hanno ricadute significative sul piano psicologico”.

In questo ambito, l’ospedale San Raffaele ha sviluppato il progetto “Salute allo Specchio” (www.hsr.it www.saluteallospecchio.it), nato dalla richiesta degli stessi pazienti. Si tratta di terapie complementari in oncologia, che si affiancano a quelle mediche tradizionali.

Per quanto riguarda l’aspetto estetico, il progetto ha importato dagli States, il metodo Oncology Esthetics con Angela Noviello, consulente in estetica, che dà consigli su come trattare la pelle durante le terapie e si prende cura dei pazienti con il massaggio, utile al fine di ristabilire un contatto positivo con il corpo, che viene “maltrattato” da radio e chemioterapie.

 

L'aiuto in più dell'alimentazione

Molto importante è poi l’informazione e la consulenza in materia di alimentazione. Non esistono ancora dati certi, ma la letteratura scientifica è concorde sul fatto che ci siano cibi più salutari anche durante il cancro. Pertanto, è utile conoscere gli alimenti che possono comporre una dieta sana e i metodi di cottura più appropriati per preservare le loro caratteristiche nutrizionali, per evitare anche possibili ricadute. Questo percorso è realizzato con il programma EAT del Gruppo Ospedaliero San Donato (www.progetto-eat.it) e con l’aiuto del dottor Stefano Erzegovesi, responsabile del Centro Disturbi del Comportamento alimentare dell’Ospedale San Raffaele. “Lo scopo di Salute allo Specchio”, conclude la ricercatrice, “è fornire competenze pratiche e creare dei legami tra pazienti e medici e tra i pazienti stessi, per togliere la persona dall’isolamento della malattia e aiutarla a trovare un contesto di cure e relazioni”.

 

L’iter formativo

Lo psico-oncologo non è una professione riconosciuta in modo indipendente, come può essere quella del medico. Si tratta piuttosto di una formazione post-lauream, per la quale è necessario conseguire una Laurea in Psicologia o in Medicina con specializzazione in Psichiatria. È possibile poi proseguire con un master o con corsi di perfezionamento facoltativi per maturare questa competenza. Va da sé che l’esperienza sul campo è uno dei requisiti essenziali.

di Simona Lovati

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