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Troppe visite “a pezzi”, 64 mln ogni anno: 10% inutili

L’eccessiva frammentazione delle visite aumenta il numero di farmaci ed esami e allunga i tempi di diagnosi e degenza

Troppe visite “a pezzi”, 64 mln ogni anno: 10% inutili

Una visita dal cardiologo per controllare il ritmo del cuore un po' ballerino. Il colloquio dal diabetologo per capire come far scendere la glicemia. Un appuntamento dallo pneumologo per aggiustare la terapia della bronchite cronica. E così, in capo a un anno, ciascun italiano bussa allo studio di un medico specialista in media 8 volte, per un totale di oltre 64 milioni di visite e circa un miliardo di spesa sanitaria. Un’ “esplosione” della medicina specialistica che ha di fatto spezzettato i pazienti in tanti frammenti, soprattutto chi è costretto a convivere con due o più malattie croniche e si sobbarca perciò innumerevoli “pellegrinaggi” dai più diversi specialisti: si tratta di oltre 8 milioni di italiani, in maggioranza over 55 ma in continuo aumento anche nelle fasce d'età più giovani. Per almeno uno su tre il medico ideale sarebbe l'internista, il “medico della complessità” che gestisce il paziente nella sua globalità; invece, a oggi sono appena il 5 % le visite specialistiche che lo coinvolgono. Lo segnalano i medici riuniti per il 115° Congresso Nazionale della Società Italiana di Medicina Interna (SIMI), appena conclusosi a Roma, sottolineando che le visite internistiche dovrebbero essere almeno il 10% del totale per riuscire a dare risposte più adeguate ai malati e anche per contenere i costi correlati a terapie ed esami spesso inutili.

“Nel nostro Paese l’assistenza sanitaria continua a essere organizzata su un modello centrato su singoli apparati e singole malattie, mentre oggi l’emergenza da affrontare è rappresentata da un’epidemia di malati con due o più malattie croniche in grado di interferire l’una con l’altra, che andrebbero gestite con un approccio globale completamente diverso. Troppe visite specialistiche significano sprechi economici per il Paese e soprattutto si traducono in un  livello di inappropriatezza clinica nella gestione dei pazienti – spiega Gino Roberto Corazza, presidente SIMI - Gli esempi sono molteplici: in una cittadina da 80.000 abitanti come Como, ad esempio, si sono registrate nel 2013 ben 800.000 visite specialistiche; a Napoli sono oltre 250.000 ma si stima che almeno il 20 % sia inutile; in Liguria si arriva alla ragguardevole media di 20 visite specialistiche all'anno per cittadino, un'enormità. Tutto questo però non significa appunto essere curati meglio: i pazienti visti “a pezzi” da troppi medici sono più spesso sottoposti a esami inappropriati o ripetuti, ma soprattutto a politerapie costose e perfino rischiose. È infatti in continuo aumento il numero dei pazienti con multi morbilità anche giovani ”.

Secondo le stime della SIMI sono oltre otto milioni gli italiani con due o più malattie croniche e anche se la maggioranza ha più di 55 anni e la vera ”epidemia” riguarda gli over 65, perché in 4,5 milioni hanno almeno due patologie da combattere, la vera emergenza sono i “giovani” fra 45 e 65 anni. In questa fascia d'età sono circa 2 milioni i pazienti con due o più malattie croniche, in continuo aumento come gli under 45 che raggiungono 1,5 milioni di casi. “Oggi siamo sempre più spesso di fronte a una “nuova specie” di pazienti complessi, con un insieme di malattie che minacciano lo stato di salute complessivo e che non si possono affrontare applicando le linee guida per ogni singola patologia. – afferma Corazza -  Occorre un approccio onnicomprensivo diverso da quello specialistico che pure rimane insostituibile in molti casi particolari e procedure specifiche,  ma vanno individuate le priorità e riconosciuta quale sia la malattia principale da affrontare. Non farlo significa rischiare di sottoporre persone anche giovani ad anni e anni di politerapie, che alla lunga possono provocare perfino effetti collaterali di non poco conto. “Tenere le fila” della condizione del malato complesso è il ruolo degli internisti, che però oggi eseguono appena il 5% del totale delle visite specialistiche: secondo le nostre stime, dovrebbero invece coprire almeno il 10% del totale. L'offerta sanitaria deve cambiare perché sono cambiati i malati e dobbiamo dare ai cittadini nuove risposte, su misura per i loro bisogni attuali: un ricorso maggiore e più adeguato alla medicina interna si tradurrebbe in una gestione clinica migliore per una larga fetta dei pazienti più complessi e anche in un risparmio considerevole per il Sistema Sanitario Nazionale”.

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