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Protesi all’anca: le maggiori novità

Ritrovare uno stile di vita normale oggi è possibile, grazie all’utilizzo di nuovi materiali, sempre più piccoli e funzionali, che consentono interventi meno invasivi. Scopriamone vantaggi e svantaggi con l'aiuto dello specialista.

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Protesi all’anca: le maggiori novità

Con la consulenza del dottore Giandomenico Logroscino, docente dell’Università Cattolica e Specialista in Chirurgia protesica di anca, Chirurgia protesica di spalla e Traumatologia presso il Policlinico Gemelli, Roma

 

Fino alla metà degli anni novanta era difficile immaginare gli sviluppi di una tecnica chirurgica che presentava notevoli rischi e basse percentuali di durata: l’impianto di una protesi all’anca, infatti, era considerato un intervento di chirurgia maggiore, quindi importante, che non garantiva necessariamente risultati stabili nel tempo e implicava elevati costi sociali. Da allora, considerando il rapporto costo-beneficio, è avvenuta in campo medico una vera e propria rivoluzione che ha portato a innovare le tecniche proprie dell’intervento e soprattutto a disporre di protesi, realizzate anche con materiali diversi, di dimensioni minori (mini invasive) e per questo più conservative e a risparmio di osso, a tutto beneficio del paziente. A spiegarci come tutto questo sia cambiato, è il Professore Giandomenico Logroscino, docente dell’Università Cattolica e specialista in chirurgia protesica dell’anca presso il Policlinico Gemelli di Roma.

 

Come viene eseguito l’intervento?

A differenza di quanto avveniva nel passato, si hanno sostanzialmente trattamenti meno invasivi: questo si traduce, in termini pratici, in un taglio più piccolo per l’operazione, e ciò rappresenta da un lato un vantaggio estetico, dall’altro un  fattore che facilita la guarigione della ferita. Intervenire senza invadere eccessivamente i tessuti, è possibile grazie all’uso di protesi innovative che hanno dimensioni inferiori, consentono una maggiore conservazione dell’osso e abbassano le percentuali dei casi d’infezione post intervento. Risparmiare l’osso, quando si provvede ad impiantare una protesi all’anca, è fondamentale perché lo si preserva dalla normale usura a contatto con la protesi e permette, qualora sia necessario per la salute del paziente, di intervenire successivamente con l’impianto di una nuova protesi. “Si tenga conto”, precisa il professore, “che la protesi all’anca ha una durata di almeno vent’anni e ciò rende plausibile, nei casi più gravi o più giovani, di intervenire una seconda volta con l’impianto di una nuova protesi”.

 

Protesi all’avanguardia arrivano dall’Europa

Tra le protesi più utilizzate per l’intervento, troviamo le ‘stemless’, dall’inglese senza stelo che dagli inizi del 2000, periodo in cui entrarono nella pratica del Professore Logroscino, non hanno registrato alcuna complicanza e nessuna  rimozione: sono particolarmente piccole e riducono al minimo il rischio  d’infezione. In generale, le protesi sono in titanio, ma anche per quanto riguarda i materiali  si evidenziano enormi passi in avanti: gli stessi sono stati migliorati e resi più sicuri ed è sempre più frequente il ricorso alle cosiddette protesi ‘modulari’, che consentono di ricostruire meglio la geometria articolare e agevolano la mobilità articolare. Queste ultime possono essere realizzate con materiali diversi e in base alla combinazione fra le due parti che compongono la protesi, cotile e stelo femorale, si distinguono fondamentalmente tre tipi di accoppiamento:

1)  metallo-polietilene, l’accoppiamento originale a partire dagli anni sessanta, che  con il miglioramento del polietilene, è il più collaudato e presenta grandi margini di affidabilità;

2)  ceramica-ceramica, un’invenzione europea che nonostante i primi fallimenti degli anni ottanta dovuti alla fragilità, oggi presenta bassissimi rischi di rottura. È il materiale che si consuma di meno e usura poco l’osso grazie al fatto che provoca quasi nulla infiammazione;

3)  metallo-metallo, grande tradizione anglosassone, invocata per i giovani, prospettata per i bassi consumi, in realtà si tratta di un modello a metà strada fra quelli sopra descritti. È una protesi i cui detriti infiammano di più l’osso, e preoccupa per il rilascio di ioni metallici nel sangue soprattutto a lungo termine, anche se non sono mai stati dimostrati  presunti effetti cancerogeni.

Infine, la protesi migliore è quella che si ottiene con un accoppiamento ibrido, come ad esempio con la testina di ceramica e l’inserto in polietilene: con questo tipo di protesi, diminuiscono i rischi di rottura e si mantengono i vantaggi  propri della ceramica. Ad ogni modo, la grande novità è quella di utilizzare materiali più durevoli nel tempo, elemento che consente di superare il punto debole delle protesi da individuare, usando termini specifici, nello sfregamento dell’inserto con la testina che determina, nel lungo periodo, un riassorbimento dell’osso e di conseguenza il fallimento del trattamento chirurgico.

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