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Le nuove frontiere della prevenzione per l'Alzheimer

Negli Stati Uniti si sperimentano nuovi esami che permettono di diagnosticare la malattia almeno 20 anni prima

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Le nuove frontiere della prevenzione per l'Alzheimer

Con la consulenza della dott.ssa Anna Rita Pellegrino, fisiatra della Fondazione Don Gnocchi e responsabile al Centro “S. Maria alla Provvidenza” di Roma

 

È ormai opinione comune che eventuali terapie per la malattia di Alzheimer dovrebbero essere proposte anticipatamente, addirittura anni prima della comparsa delle tipiche alterazioni patologiche, quali placche senili e grovigli neurofibrillari, al fine di influenzare positivamente il decorso clinico. Fino a oggi bisognava aspettare l’arrivo dei sintomi conclamati per fare una diagnosi, che si otteneva attraverso la risonanza magnetica morfometrica e la puntura lombare per l’esame liquorale. Ma dall’America arrivano notizie incoraggianti: si può stanare prima il nemico. Negli Stati Uniti, l’ente preposto per la sanità (FDA), ha infatti approvato una serie di metodiche attraverso le quali è possibile fare una diagnosi prodromica, ovvero prima della comparsa dei sintomi conclamati. Ciò è possibile attraverso l’esame PET-FDG, un metodo diagnostico di medicina nucleare per immagini, che viene utilizzato in maniera specifica per l’Amiloide e per il Glucosio. Accanto a questo esame, anche la determinazione dei livelli liquorali di beta-amiloide e della proteina Tau è risultata molto accurata non solo per la diagnosi della malattia di Alzheimer in pazienti con demenza, ma soprattutto nell’identificazione di individui a rischio. Questi marcatori, infatti, risultano alterati almeno 20 anni prima dalla comparsa dei primi segni correlati alla demenza. Ma c’è da sottolineare che non si tratta di esami di routine destinati a tutti: sono indicati, infatti, per chi ha ereditarietà e familiarità con queste malattie. In Italia la PET specifica per l’amiloide arriverà tra un paio d’anni e, a oggi, per la diagnosi precoce ci si affida alla risonanza magnetica morfometrica e alla puntura lombare per l’esame liquorale.

 

Convivere con un malato

Guardare negli occhi una madre e non ricevere in cambio quello stesso sguardo d’amore. Addirittura non essere riconosciuti. Parlare con un marito e ritrovarsi a trattare con un bambino con il viso d’anziano. Quando in casa si convive già con un malato di Alzheimer, o comunque con una persona che presenta un deterioramento cognitivo, all’improvviso è l’intera famiglia che si ammala. È una partita che non si può giocare da soli perché, altrimenti, si è destinati a perdere. Per i lettori di più Sani più Belli abbiamo raccolto alcuni importanti consigli su come aiutare il malato a vivere meglio, forniti dalla dottoressa Anna Rita Pellegrino, responsabile al Centro “S. Maria della Pace” di Roma e consulente fisiatra presso il “Santa Maria della Provvidenza” del progetto del nuovo reparto di recente apertura dedicato alla riabilitazione di pazienti con disturbi cognitivi e comportamentali, a seguito di eventi traumatici o patologie degenerative come le demenze senili, il morbo di Alzheimer o di Parkinson.

 

Non emarginarlo

Il malato non deve sentire di essere un peso per la famiglia. Bisogna spronarlo a tirare fuori il meglio di sé e delle proprie capacità residue. Amava disegnare, cucinare, scrivere, ricamare? Bisogna metterlo in condizioni di praticare queste attività, ovviamente in sicurezza. Una persona perde la memoria a breve termine, non ricorda per esempio cosa ha mangiato a pranzo, ma ricorda la sua vita. E così, se era appassionato di cucina non lo dimentica. E allora, fargli preparare della pasta fatta in casa o, se amava disegnare, fargli fare degli acquarelli dicendo che ci servono per abbellire una stanza. Si sentirà utile.  

PARLIAMO DI: Alzheimer, prevenzione

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