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Fibrillazione atriale: la nuova cura per il cuore è la crioablazione

Chirurgia sotto zero. Disponibile nel Belpaese un nuovo intervento per risolvere il problema delle palpitazioni cardiache, che espongono ad alti rischi di ictus e infarto soprattutto le donne.

Fibrillazione atriale: la nuova cura per il cuore è la crioablazione

Con la consulenza del dottor Cesare Storti, responsabile dell’unità di Elettrofisiologia e Cardiostimolazione dell’Istituto di Cura Città di Pavia (Gruppo Ospedaliero San Donato).


Si chiama crioablazione ed è una recente tecnica che sfrutta i benefici del freddo per il trattamento della fibrillazione atriale, il disturbo cardiaco più diffuso al mondo, caratterizzato da un battito irregolare e accelerato, che impedisce la corretta funzione di pompaggio del sangue del cuore. Basti pensare che solo nel nostro Paese ne soffre una persona su 200 tra i 50 e i 60 anni e circa il 10 percento della popolazione over 80, in leggera prevalenza donne. Questo perché la produzione di ormoni femminili – che sembrano essere un fattore protettivo nei confronti di malattie cardiovascolari nelle donne giovani -, con la menopausa diminuisce in modo sensibile, con un aumento del rischio di ipertensione che favorisce anche la fibrillazione atriale.

 

Dedicato a…

“La metodica”, sottolinea il dottore Cesare Storti, “è indicata per pazienti sintomatici al di sotto dei 70 anni, quando la terapia farmacologica del controllo del ritmo ha dato scarsi risultati e in presenza di alterazione del battito cardiaco non permanente, ovvero da più di un anno. In generale, non ci sono controindicazioni. Da evitare in concomitanza di patologie gravi, come insufficienza renale, diabete e significative malattie dei vasi sanguigni”.

 

L’era glaciale

La crioblazione sfrutta l’energia del freddo, a differenza della radiofrequenza (considerata energia a caldo), lo standard impiegato fino a qualche anno fa. “L’intervento consiste nell’introdurre un catetere sottile nella vena femorale”, prosegue lo specialista, “all’interno del quale viene fatto scorrere un palloncino gonfiabile fino a raggiungere la cavità sinistra del cuore. Una volta posizionato sui tessuti responsabili dell’aritmia, il palloncino viene ghiacciato a una temperatura di – 40/50°C, che genera una lesione in grado di eliminarli”. I vantaggi sono una riduzione della tempistica dell’operazione, che si attesta attorno all’ora e mezzo, rispetto alle tre-quattro ore necessarie con la radiofrequenza e un profilo di sicurezza addirittura migliore. Si pratica in regime di convenzione con il Servizio Sanitario Nazionale e ha una soglia di successo dell’80 percento.

 

Il post-operatorio

I pazienti vengono tenuti in osservazione per un paio di giorni in ospedale e poi dimessi. Nella settimana successiva, devono evitare di fare sforzi, ma possono riprendere qualsiasi tipo di attività sedentaria. Per un paio di mesi, devono continuare il trattamento farmacologico intrapreso prima dell’ablazione, che successivamente si potrà iniziare a ridurre, valutando i risultati ottenuti.

 

Perché è necessario?

“Innanzitutto”, conclude Storti, “occorre sottolineare che quanti soffrono di fibrillazione atriale sono esposti a un aumento del rischio di ictus e di ischemia cerebrale con un’incidenza quattro-cinque volte superiore rispetto alla popolazione che non è interessata al problema. Le donne sono più esposta a questo rischio. Per questo motivo, i pazienti affetti da fibrillazione atriale sono sottoposti a una terapia a base di anti-coagulanti. Purtroppo, la fluidificazione del sangue espone i pazienti a possibili emorragie e li limita in alcune attività quotidiane, per cercare di evitare traumi. Senza contare la percezione delle palpitazioni, un aspetto di per sé molto invalidante”.

di Simona Lovati

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