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Dolore neuropatico: un male ancora sconosciuto

A soffrirne sono soprattutto donne, anziani, chi ha subito l’amputazione di un arto e chi è affetto da diabete, artrite, problemi alla schiena, disturbi d’ansia

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Dolore neuropatico: un male ancora sconosciuto

Per ottenere una diagnosi precisa di dolore neuropatico si aspettano in media 4 anni, con punte anche di 23 anni. Sono questi i dati, sconcertanti, che emergono da una ricerca condotta dall’Osservatorio Nazionale sulla salute della Donna (O.N.Da.) su 400 persone affette da dolore cronico. Diffondere la conoscenza sul dolore costante e sulle possibilità di cura rimane l’obiettivo da raggiungere per migliorare le possibilità di trattamento, e di conseguenza della qualità della vita, delle persone che ne soffrono.

“Il dolore cronico è la degenerazione di un campanello di allarme che ha il compito di avvertire che qualche cosa nel fisico non funziona: se ne parla solitamente quando il dolore è presente da più di 6 mesi. A soffrire di dolore costante sono soprattutto le donne. Tra i disturbi che possono provocarlo ci sono soprattutto l’emicrania, la fibromialgia (una malattia che comporta un costante dolore muscolare), l’artrosi o l’osteoporosi, la lombosciatalgia (il comune mal di schiena)”, dice Francesca Merzagora, Presidente di O.N.Da.

Tra le forme più importanti di dolore cronico, c’è il dolore neuropatico, causato da un danno, spesso irreversibile, al sistema di percezione del dolore. Questo tipo di dolore può essere causato da diverse problematiche, come le polineuropatie (malattie che causano la sofferenza di alcuni nervi) e le radicolopatie (disfunzioni della radice di un nervo).
In queste persone il dolore è spesso localizzato in una (62%) o due (24%) sedi con prevalenza alle gambe (48%) o alla colonna vertebrale (45%).

Molto spesso, però, questo tipo di dolore non viene riconosciuto e quindi non viene curato nel modo giusto. “Nonostante le ripercussioni importanti sulla vita di chi ne soffre, in Italia si sa ancora troppo poco sul trattamento del dolore cronico, e sono pochissimi gli ospedali con reparti e specialisti dedicati alla cura di questo problema”, dice Merzagora.

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