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Ricoveri: tra il 9 e il 15% dei pazienti rientra in ospedale

Dette anche ‘Sindromi da porta girevole’, per le ‘riammissione’ sono a maggior rischio gli anziani. Ma il numero può essere ridotto.

Ricoveri: tra il 9 e il 15% dei pazienti rientra in ospedale

Si chiamano ‘riammissioni’ e sono il fenomeno per il quale un paziente torna in ospedale entro 30 giorni dal primo ricovero. Rappresentano, insieme alla mortalità, uno dei parametri di efficienza di un reparto e di un nosocomio e in Italia interessano tra il 9% e il 15% (dati ISS) dei pazienti ricoverati, mentre la necessità di tornare in ospedale o in sala operatoria dopo la chirurgia coinvolge il 4% dei pazienti. Circa 16mila casi l’anno, le cui cause sono correlate all’intervento come emorragie, infezioni locali o sistemiche, interventi massivi o a cielo aperto, tempi di degenza troppo contratti, dovuti alla necessità di ottimizzare le spese.

“L’hanno chiamata ‘Sindrome da porta girevole’ e ne sono particolarmente a rischio gli anziani”, ha spiegato il Professor Francesco Corcione, Presidente Eletto della Società Italiana di Chirurgia. “Un recente studio effettuato su 2milioni e 400mila pazienti americani da Keith Kocher dell’University of Michigan School of Medicine e pubblicato su Lancet ha riscontrato come quasi un paziente anziano su 5 torni al Pronto Soccorso dopo un intervento chirurgico: il 17,3% una volta e il 4,4% più volte nei 30 giorni successivi. L’analisi è stata effettuata su pazienti con più di 65 anni sottoposti ai sei interventi chirurgici più comuni negli Usa: angioplastica, bypass coronarico, aneurisma addominale, frattura di anca, neurochirurgia per la schiena e resezioni del colon per cause oncologiche operati nell’ambito del servizio Medicare che assiste gli over65 ”.

È possibile intervenire? “Diminuire questi numeri è possibile - prosegue il Professor Corcione  -, si è visto che il tasso di complicanze dopo un intervento alla colecisti eseguito in laparoscopia, e quindi con tecniche mini-invasive, è sceso dal 2,28% del 2010 al 1,52% nel 2012 (dati Programma Nazionale Esiti dell’Agenas 2013 valutati sugli indici di out come di 1400 ospedali pubblici e privati). La chirurgia in questo senso conferma la sua eccellenza e l’alto livello di assistenza”.

Studi internazionali hanno stimato un tasso medio di riammissioni tra il 12 e 18% (1 paziente su 6) con un costo di 7500 dollari a paziente che potrebbe essere evitato in una percentuale di casi che varia tra il 20 e il 40%.

Come? Migliorando la qualità delle cure e soprattutto con una più efficace gestione della dimissione del paziente, con istruzioni più chiare e un dialogo con la medicina di territorio. La gestione della dimissione dal setting ospedaliero deve quindi essere ottimizzata per facilitare la presa in carico del malato da parte dell’assistenza territoriale, che a questo punto sostituirebbe l’ospedale nell’assumere il ruolo di riferimento principale per il paziente e i suoi eventuali (ulteriori) bisogni di cura.

 

Ecco i diversi fattori in grado di rendere la chirurgia più sicura:

  • check list scrupolose,
  • tecniche chirurgiche impeccabili e standardizzate,
  • uso di strumenti avanzati in sala operatorie per il controllo delle complicanze,
  • selezione dei pazienti da trattenere in Terapia Intensiva.

Un altro importante studio pubblicato su Lancet (9847, 22 settembre 2012) sulla mortalità post-chirurgica per tutti gli interventi non cardiaci eseguito su un campione di 498 ospedali in 28 paesi europei, ha sottolineato come 1 o 2 giorni di degenza in Terapia Intensiva possano evitare ben il 43% dei decessi, ma l’utilizzo di questa struttura è talora condizionato dai livelli di spesa sanitaria delle singole realtà locali.

Sempre meno invece le infezioni del sito chirurgico (ISC) tenute sotto controllo grazie alla accurata profilassi preoperatoria. 

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