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Come gestire il rapporto di coppia con un lui mammone

Quando il proprio compagno non riesce ad allontanarsi dalla figura materna, per la quale mostra continua attrazione, si parla di complesso di Edipo. Lo specialista ci indica le mosse giuste per facilitare l’allontanamento, o lo “svincolo”.

Come gestire il rapporto di coppia con un lui mammone

Con la consulenza di Roberto Cavaliere, psicologo e psicoterapeuta.

 

I tempi poco floridi non consentono di individuare le cause, vere o presunte, di un fenomeno in costante crescita nel nostro Paese: come confermato da recenti sondaggi, la popolazione maschile sotto i trentacinque anni ha difficoltà ad abbandonare la casa dei genitori. Si preferisce vivere nel nucleo familiare originario, protetti dalla figura materna e mettendo a dura prova i rapporti sentimentali esterni. Come si può, quindi, superare il complesso edipico, emanciparsi dalla figura materna e crescere insieme come coppia a dispetto anche di una crisi economica che spesso incentiva determinate scelte? Lo abbiamo chiesto al famoso psicologo e psicoterapeuta Roberto Cavaliere, psicologo e psicoterapeuta.

 

Cos’è il ‘complesso di Edipo’?

Insorge intorno ai 5-6 anni e consiste nell’attrazione di tipo affettivo e psicologico nei confronti del genitore di sesso opposto: i bambini lo sviluppano verso la mamma; le femminucce, al contrario, promuovono il sentimento per il papà. È una normale tappa dello sviluppo psico-affettivo del bambino ma quando tale condizione diventa permanente durante la crescita si può parlare di ‘complesso di Edipo’ in senso pieno. A rimaner bloccato nel legame con la figura materna, è soprattutto il sesso maschile, complice la madre stessa che per indole individuale o per fattori sociologici legati alla nostra cultura non favorisce in realtà il superamento del complesso. “Ed ecco”, spiega lo specialista, “che abbiamo mamme onnipresenti e uomini bamboccioni o mammoni, spesso in difficoltà e impacciati nella vita. Ad amplificare il tutto contribuisce l’attuale situazione socio-economica che, però, in molti casi diventa solo un pretesto per essere mammoni e non la condizione essenziale da individuare, invece, per svincolare dalla figura materna”.

 

Il lui ‘mammone’ e il rapporto di coppia: come cambiare

Normalmente, secondo Freud, in camera da letto si è in quattro: nei confronti dell’altro partner, infatti, si rilevano i vissuti e le proiezioni che hanno caratterizzato il legame con il genitore del sesso opposto. Questo avviene a prescindere da un eventuale complesso di Edipo e se lo svincolo non è avvenuto, la presenza materna è condizionante anche nel rapporto di coppia. Essere mammoni significa continuare ad avere una relazione psicologica con la mamma, persino quando ci si allontana dal nido materno. Allora cosa fare?

1. Prendere consapevolezza che non si è superato il proprio complesso di Edipo;

2. Allontanarsi fisicamente dalla casa di origine;

3. Favorire lo svincolo di tipo psicologico dalla figura materna.

 

Consigli per le mamme e per il partner

L’allontanamento o lo svincolo, oltre a trovare una resistenza personale, potrebbe dipendere anche da una forma di riluttanza della mamma, a volte inconsapevole di non favorire la crescita individuale del figlio. Per questa ragione, il processo deve completarsi in due: madre e figlio, e la prima, spinta ad una sorta di autocritica, deve comportarsi di conseguenza. Discorso diverso per il partner: il suo ruolo è quello di aiutare il compagno a prendere consapevolezza della problematica senza insistere, perché si potrebbe ottenere l’effetto opposto aumentando la resistenza al naturale allontanamento. Altro errore che deve evitare il partner femminile è quello di entrare in una logica di contrapposizione con la figura materna del proprio compagno, che può diventare un’immagine rivale e per questo fastidiosa. I ruoli sono diversi e tali devono rimanere, altrimenti c’è il rischio, non solo astratto, che il mammone passi da una mamma all’altra. “Infine”, conclude il noto psicoterapeuta, “la donna deve accettare il proprio compagno e comprenderlo; non a caso, e non vuole essere una provocazione, si dice che non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire”.

di Aurora Sansotari

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