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L’invidia tra colleghi: un sentimento che serpeggia spesso tra i luoghi di lavoro

I consigli per riconoscere, affrontare e mettere KO rivalità e gelosie

L’invidia tra colleghi: un sentimento che serpeggia spesso tra i luoghi di lavoro

Con la consulenza della dott.ssa Daniela Benedetto, psicologa e psicoterapeuta


Una promozione che arriva all’improvviso, un traguardo raggiunto, un nuovo incarico da ricoprire e il gioco è fatto. Ecco dietro l’angolo il pericolo dell’invidia. Si tratta di un’emozione strana ma molto comune, che spesso serpeggia tra colleghi. Ma perché il posto di lavoro che dovrebbe essere un luogo di condivisione e collaborazione può diventare lo scenario ideale per rivalità e gelosie? “L’invidia - afferma la dott.ssa Daniela Benedetto, psicologa e psicoterapeuta - è un sentimento naturale insieme ad esempio alla gratitudine, alla noia, alla tenerezza. Un sentimento complesso che può partire da emozioni di base quali l’aggressività, ma anche la paura o la tristezza. Spesso mortificato e carico di giudizi negativi viene nel tempo, già dai primi mesi dalla nascita, negato o addirittura caricato di colpa e vergogna tanto che facciamo di tutto per “nascondere” questi vissuti prima di tutto a noi stessi e poi agli altri e con gli altri. Il contesto lavorativo è testimone di una facciata esterna  di relazioni, con “personaggi” e “ruoli” agiti in questo ambito, ma anche di  elementi più intimi legati alle emozioni e ai vissuti personali che per forza di cose  interagiscono e si mescolano alle dinamiche lavorative. Di conseguenza i colleghi, i capi, diventano facilmente e comprensibilmente oggetto di proiezioni e di vissuti spesso inerenti anche a dinamiche individuali e personali che vanno ad influenzare indirettamente ma anche direttamente il clima lavorativo. Ad esempio il lavoro può essere un elemento sul quale riversiamo alcune aspettative di realizzazione, di conferme di valore, esistenza e riconoscimento che se altrimenti non soddisfatte a livello individuale e familiare rischiano di emergere quali istanze ulteriori all’interno degli ambienti lavorativi. Il lavoro inoltre rispecchia la capacità dell’individuo di elaborare e risolvere i conflitti rispecchiando dinamiche familiari pregresse”.

Ma in che modo affrontare il clima di rivalità e di gelosia che può nascere? Scopriamolo insieme.

 

Tre mosse per mettere a tappeto l’invidia 

  • Impara a riconoscerla: “L’invidioso è una persona affine o simile per età, professione, genere. Gli occhi dell’invidioso spiano, scrutano, fissano e ammirano. Chi è invidioso solitamente assume un atteggiamento adulatorio dei successi altrui, ma anche al contrario denigratore delle azioni altrui. Notiamo nell’altro atteggiamenti di isolamento o di evitamento. Viene evitata ad esempio la possibilità di sostenere con un contributo un lavoro di gruppo. Si evidenziano comportamenti “critici” nei confronti degli altri; o invece si fanno commenti poco gentili nei confronti dei colleghi che hanno ricevuto un premio o una promozione cercando anche giustificazioni di questi successi con ipotesi di possibili privilegi; o ancora si evidenziano vissuti di sfortuna, critica e di  insofferenza ai pareri altrui sulle proprie scelte”. 
  • Affrontala: “Un modo costruttivo di affrontare i comportamenti invidiosi è quello di favorire il desiderio e la motivazione di eccellere e competere” . 
  • Trasformala: “Se da un lato possiamo sempre creare una sana distanza dall’altro possiamo anche cogliere questo vissuto quale opportunità per conoscere ed approfondire empaticamente il “disagio” e il sentimento logorante dell’altro nei nostri confronti o riguardo qualcosa che possediamo. L’invidioso spesso soffre nel suo isolamento, si logora nella rabbia e si sente negletto e oggetto di critica riguardo al suo stesso atteggiamento. Direi che avvicinarci all’altro sia un modo per com-prendere l’altro più che difenderci o allontanarci. E’ evidente che l’atteggiamento da tenere debba essere il più possibile obiettivo, lucido e trasparente; questo per evitare fraintendimenti ed ulteriori inasprimenti del sentire”. 

 

 

 

di Angela Altomare

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