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Felicità: come avere il coraggio di essere sé stessi

L’Italia risulta il paese più pessimista e depresso d’Europa. L’Onu lo colloca al 45° posto. In occasione della Giornata Mondiale Felicità, che si celebra il 20 marzo, lo specialista avverte: “… è come un muscolo, va solo allenato”.

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Felicità: come avere il coraggio di essere sé stessi

A cura di Alessandro Cozzolino Personal Life Coach - www.alcoach.it

"Dammi un po' del tuo tempo e insieme miglioreremo la tua vita"

 

Secondo i sondaggi, il nostro è il paese più pessimista e depresso d’Europa. In una lista di 150 nazioni, l’Italia si colloca al 45° posto nel Primo Rapporto Mondiale sulla Felicità stilato dall’ONU. Non stiamo parlando di economia e finanza ma di libertà di scelta, della qualità delle relazioni umane, della generosità, dell’aspettativa di vita nonché della qualità della vita stessa. 

Ci sentiamo sempre più soli e incompresi, distaccati e alienati in una società che ci vuole sempre “connessi” gli uni agli altri, ma evidentemente solo virtualmente. Che la felicità sia uno stato d’animo che dipende principalmente da noi stessi è assolutamente giusto e vero ma non basta. Siamo animali sociali pertanto abbiamo sempre e comunque bisogno degli altri. Siamo esseri interdipendenti, cioè dipendiamo gli uni dagli altri. Ma allora, come si fa ad andare tutti d’amore e d’accordo? Sarebbe molto bello ma non sempre è possibile.

 

La parola chiave: compatibilità

Occorre cercare e trovare persone che condividano i nostri valori, ma non necessariamente che la pensino come noi. Il confronto costruttivo stimola e arricchisce. E spesso illumina. Sì, perché è grazie ai nostri rapporti con gli altri che capiamo di più su noi stessi, nel bene e nel male, su ciò che ci rende felici o meno.

Occorre altresì avere ben chiare le proprie priorità e scegliere se essere o sembrare di essere. Perché di questo si tratta. Interpretiamo personaggi che sono spesso diametralmente opposti alla nostra vera persona. E recitare, si sa, stanca.

Reiteriamo schemi e ripetiamo modelli che non ci appartengono. Usiamo i nostri talenti per essere infelici. E ci riusciamo benissimo. Vogliamo a tutti i costi indossare abiti che non sono fatti per noi. Vogliamo rientrare in un sistema che è assolutamente inefficace, sbagliato e controproducente solo perché “tutti gli altri” lo fanno, dimenticando che tutti gli altri sono molto più infelici di ciò che mostrano. 

 

Il profilo dell’uomo felice?

Per essere e sentirsi vivi pare si debba rientrare in delle categorie ben precise: devi essere eterosessuale, bianco, indipendente, con un buon lavoro e un ottimo stipendio, devi avere una casa bella e sempre in ordine, la macchina grande e sempre pulita, un corpo mozzafiato e una personalità sicura e accattivante; dopo una certa età devi godere di un matrimonio che va a gonfie vele, con dei figli che a sei anni parlano già inglese e cinese meglio dell’italiano, devi lavorare e produrre il più possibile, vale a dire devi “fare”. Ecco, noi siamo diventati la società del “fare” e ci siamo completamente dimenticati di “essere”. Ci costa uno sforzo disumano ricordare chi siamo davvero perché abbiamo scelto di indossare o ci hanno costretti a indossare una maschera che non ha nulla a che vedere con la nostra vera natura interiore. E allora non c’è da stupirsi se siamo depressi e se tutto ciò che sentiamo dentro è un vuoto interiore che cresce ogni giorno a dismisura. Vale molto di più ciò che gli altri pensano di noi e ciò che la società ci impone che non quello che siamo e vogliamo davvero noi. Eppure - che strano! - “l’altro” viene sempre più spesso percepito come una minaccia, un fastidio, un problema ma ciononostante è sempre l’altro che vogliamo compiacere per sentirci accettati, accolti, benvisti e benvoluti. Cerchiamo certezze e sicurezze che non esistono. Ci aggrappiamo a stereotipi costruiti e artefatti che non sono reali. E poi ci chiediamo perché non siamo felici?

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