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Attacco di panico. Come riconoscerlo e gestirlo

È una forma di paura all’ennesima potenza, che arriva all’improvviso. Ne soffre chi vive costantemente il senso di colpa. E lancia un grido disperato di aiuto

Attacco di panico. Come riconoscerlo e gestirlo

Gli attacchi di panico, tecnicamente definiti DAP (disturbo da attacco di panico), sono la conseguenza di uno stato di paura quasi sempre indipendente dalla situazione che si sta vivendo. Possono, infatti, comparire in qualsiasi momento e in ogni circostanza, anche la più tranquilla. Secondo il DSMIV, un manuale internazionale che raccoglie tutte le categorie dei disturbi psichici, ne soffre nel mondo 1 persona su 25. La fascia di età è compresa tra i 20 e i 40 anni e le donne sono il doppio degli uomini.


Riconoscere i sintomi
L’attacco di panico non si annuncia con campanelli d’allarme. Può comparire in momenti impensabili, anche durante una piacevole gita in montagna o una tonificante nuotata nel mare. Si presenta con un’improvvisa sudorazione, aumento del ritmo cardiaco, occhi sbarrati, bocca semiaperta. La sensazione è quella di essere paralizzati, di avere le gambe bloccate, di non poter fare nulla, assaliti da un senso di impotenza insieme a un’angoscia insostenibile. Addirittura si può temere per la propria vita, come se si stesse per morire.



L’origine del disturbo
Gli aspetti del carattere alla base degli attacchi di panico sono: senso di colpa, bisogno di accettazione, paura del rifiuto, forte senso del dovere, assunzione eccessiva di responsabilità. La costante è l’incapacità di lasciarsi andare, di perdere il controllo e abbandonarsi. Questo atteggiamento determina un comportamento rigido e controllante che produce a sua volta l’ostinazione di andare contro la paura che poi è proprio il meccanismo che produce la paura. Ci sono moltissimi tipi di fobie, ma quelle che più di altre predispongono a questo disturbo sono: dismorfofobia (paura di essere brutti e deformi), agorafobia (paura degli spazi aperti), claustrofobia (paura degli spazi chiusi), antropofobia (paura della gente), talassofobia (paura del mare), basofobia (paura di cadere), kainotetofobia (paura delle novità e dei cambiamenti). Chi ha attacchi di panico vive in uno stato di infelicità. La tristezza o la depressione sono sempre in agguato. La prima regola per aiutare chi ne soffre è quella di permettergli di riconoscere il diritto di essere felici. In molti pensano che essere felici non sia un diritto. Vivono con un senso di colpa la ricerca della felicità. Solo rompendo questo paradigma lo scenario cambia e il panico si scioglie come neve al sole e non torna più. L’attacco di panico va letto come un grido disperato. Chi vive ogni cosa con senso di colpa, ha bisogno di farsi accettare dagli altri e vede il rifiuto come un evento insostenibile, non ha una base di autostima e di fiducia nelle proprie capacità. Non ha in se stesso un punto di riferimento: si sente solo, come il bambino nel bosco al calar della luce. Su queste basi si può sviluppare un attacco di panico.



Gli approcci terapeutici
Illudersi di poter superare questo disturbo da soli oppure aspettare che si risolva è un errore. Il DAP difficilmente guarisce spontaneamente; può scomparire anche per lunghi periodi ma, se non si è radicalmente risolto alla base, ritornerà. Occorre quindi trattarlo come se fosse una malattia cronica, da curare con vari metodi.

La psicoterapia

È tra i trattamenti principali. L’aiuto di uno psicoterapeuta migliora l’autostima e la fiducia nelle proprie capacità, crea una piattaforma sulla quale chi soffre di attacchi di panico può appoggiarsi e rassicurarsi nei momenti critici. Tra le psicoterapie, le più efficaci sono la cognitivo comportamentale, la gestaltica e la bioenergetica. Bisogna prevedere un periodo di cura tra i sei e i dodici mesi. Rivolgersi sempre a terapeuti esperti e iscritti agli albi dei medici e degli psicologi.

L'approccio farmacologico
Qui bisogna fare dei distinguo. Esistono psicofarmaci che hanno un potente effetto antiansia, ma poiché abbiamo visto che l’attacco di panico si scatena all’improvviso e può sopraggiungere anche dopo periodi di silenzio, l’uso di questi farmaci, che presentano effetti collaterali, dovrebbe protrarsi per tempi troppo lunghi. Per questo uno psicofarmaco antiansia è prescrivibile solo per l’attacco acuto, al fine di superare nel più breve tempo possibile l’evento “paralizzante”.

Rimedi omeopatici
Si possono invece proporre cure a base di rimedi omeopatici e fitoterapici perché, non avendo effetti collaterali, possono essere utilizzati a lungo per aiutare a modificare il proprio stato emotivo. Aconitum, Hyosciamus e Ignatia tra gli omeopatici, Rodiola rosea, L-teanina e Passiflora tra i fitoterapici sono tra i più usati.

La respirazione è un altro importante aiuto
Respirare profondamente: inspirare contando 1-2-3-4- 5 ed espirare contando 1-2-3-4-5. In questo modo, si riduce l’azione del sistema nervoso ortosimpatico che fa alzare la pressione e attiva i meccanismi di allarme, stimolando la produzione di adrenalina e noradrenalina che sono sempre in eccesso nei casi di ansia.

di A cura di Marco Lombardozzi medico, psicoterapeuta, omeopata, psicopatologo forense

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