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Bulimia. Un disturbo alimentare che prende sempre più piede

Porta a mangiare in maniera compulsiva e colpisce soprattutto donne giovani, ma è possibile uscirne. Il dott. Lombardozzi ci spiega come riconoscerla, gli effetti che ha sull’organismo e le possibili terapie

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Bulimia. Un disturbo alimentare che prende sempre più piede

La bulimia, dal greco boulimía, significa letteralmente "fame da bue". Chi soffre di questo disturbo tende a ingerire una quantità di cibo elevata e lo fa con una modalità compulsiva, irrefrenabile, per poi ricorrere a diversi metodi per riuscire a eliminarlo. Questo atteggiamento è prerogativa fondamentale, e non c’è un desiderio di mangiare un alimento specifico: di solito si ingurgita ciò che si trova. In genere compare in giovane età (12/14 anni) o nella prima età adulta (18/19 anni) e colpisce prevalentemente soggetti di sesso femminile (90%). Si distinguono due tipi di bulimia: con condotte di eliminazione, in cui chi ne soffre ricorre regolarmente a vomito autoindotto, all'uso di lassativi, diuretici o enteroclismi, oppure senza condotte di eliminazione: in questo caso avviene solo il fenomeno di ingurgitare cibo in modo compulsivo, spesso durante le ore serali o addirittura notturne.

 

È bulimia? Riconoscila così
Chi soffre di bulimia si vergogna delle proprie abitudini alimentari patologiche e tenta di nasconderle. Le crisi, infatti, avvengono in solitudine e quanto più segretamente possibile. È molto importante che i genitori di ragazzi adolescenti facciano attenzione a questo aspetto. È vero che accettare un disturbo alimentare nei propri figli per i quali si è fatto tutto il possibile è abbastanza faticoso, ma è importante aprire gli occhi per poterli aiutare. Il DSM IV (Manuale Internazionale dei Disordini Mentali) ha stilato una serie di criteri diagnostici per stabilire se si tratta di bulimia. Ricorrenti abbuffate Si riconoscono quando, in un determinato periodo di tempo, si mangia una quantità di cibo decisamente superiore a quello che la maggior parte della popolazione mangerebbe nello stesso tempo e in circostanze simili. E quando questi episodi si manifestano mediamente almeno due volte la settimana per tre mesi consecutivi. Atti compensatori ricorrenti. Per evitare l'aumento di peso, le persone affette da bulimia espellono il cibo utilizzando delle tecniche, come quella del vomito autoindotto (dita in gola), abuso di lassativi, diuretici, enteroclismi o esercizio fisico eccessivo.



Gli effetti sull’organismo
Contrariamente a quanto si possa pensare, nelle persone affette da bulimia non è il peso ad avere effetti significanti. Il quadro è abbastanza serio perché, sia sul piano fisico sia psichico, chi soffre di questo disturbo sta male e vive un disagio profondo con il proprio corpo e con l’immagine che ha di sé.

Sul piano clinico
1 Il frequente ricorso a condotte di eliminazione può produrre perdita di elettroliti (sali presenti nel nostro organismo) e dei fluidi organici. Le conseguenze maggiormente riscontrabili sono una diminuzione di sodio, potassio e cloro, con ripercussioni gravi sul funzionamento delle cellule.

2 La perdita di succo gastrico acido attraverso il vomito può produrre una condizione denominata “alcalosi metabolica” che indica un'alterazione del pH. Mentre l'abuso di lassativi per indurre diarrea può provocare uno stato di acidosi corporea. In entrambi i casi si altera l’equilibrio acido-base che regola il corretto funzionamento delle cellule.

3 Il vomito ripetuto, a causa dell’acidità che passa per la bocca, può condurre a una permanente perdita dello smalto dentale con danni estetici evidenti.

Sul piano psicologico
1 Chi soffre di bulimia, di base, denota una scarsa autostima che diventa maggiore con i comportamenti alimentari patologici, perché si accorge di non poterli frenare. Si perde completamente il controllo sui propri impulsi e quindi ci si sente in colpa e privo di carattere atto ad arginare il fenomeno bulimico.

2 La segretezza in cui avvengono le crisi non aiuta chi ne soffre a confidarsi e farsi aiutare. Spesso queste persone si chiudono nel loro mondo e, in questo modo, peggiorano il loro stato emotivo. I genitori devono osservare questi aspetti e farsi carico di favorire la comunicazione dei figli, non necessariamente con loro ma anche con figure sostitutive di riferimento (nonni, zii, amici, psicologi, medici ecc.).

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