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Per pediatri e chirurghi il “mammismo” è antidolorifico

Per pediatri e chirurghi il “mammismo” è antidolorifico

Del fenomeno degli italiani “mammoni” si è detto tutto il male possibile, soprattutto dall’estero, dove le critiche piovono pesantemente da diversi anni. Dalla nota rivista americana Newsweek, che qualche anno fa scriveva “nonostante siano famosi per il loro individualismo, gli italiani pare abbiano sempre l’atteggiamento di chi sa come trovare riparo tra le sottane delle loro mamme”, al mensile tedesco Focus “i ragazzi italiani non riescono a staccarsi dal nido materno e, nel 40% dei casi, da sposati cercano casa vicino a quella della mamma, mettendo sotto pressione la loro moglie, troppo spesso paragonata alla loro madre”. Addirittura, il Sunday Times londinese definisce gli italiani “costantemente infantili e ossessionati dalla figura materna”, e i cugini francesi su Le Monde scrivono “a causa dello scarso aiuto dello Stato, sono sempre di meno i giovani italiani che lasciano la casa per vivere da soli; sembrano comunque trovarsi bene in casa con mamma e papà e sono disposti a fare i pendolari ogni giorno pur di non rinunciare a questa comodità”. 

Tuttavia, ci sono casi in cui il famigerato “mammismo” italico torna molto utile ed è sinonimo di funzionalità e successo. Quando si vivono situazioni di disagio per malattie e ricoveri, la famiglia diventa infatti una rete che aiuta il bambino ad affrontare le difficoltà e il recupero, rivelandosi una valida soluzione terapeutica.  

Ne è convinto l’illustre luminare della chirurgia della mano Giorgio Pajardi, direttore del reparto universitario di Chirurgia della Mano e Microchirurgia dell'Ospedale San Giuseppe di Milano, nonché past President della Società Italiana di Chirurgia della Mano (S.I.C.M.), e docente presso l’Università degli Studi di Milano: “Ogni anno visitiamo circa 20.000 bambini con disfunzioni alle mani e ne operiamo più di 700 – afferma il prof. Pajardi – e da questa enorme esperienza notiamo come, per la maggior parte dei casi, i bambini italiani, grazie all’affetto e alla protezione delle famiglie, riescano a sopportare meglio di tutti gli altri le ansie e le problematiche causate da fisioterapie complesse e da periodi di ripresa che possono diventare anche abbastanza lunghi”. I piccoli italiani saranno pure i più mammoni, ma “la presenza assidua della mamma e della famiglia diventa un vero e proprio valore aggiunto nel percorso di recupero terapeutico. Questa predisposizione aiuta i bambini ricoverati a sopportare meglio la lontananza da casa e ad affrontare serenamente ogni disagio che questo può comportare agli altri membri della famiglia”, sottolinea il chirurgo del Gruppo MultiMedica

Sulla stessa linea d’onda anche il dottor Giuseppe di Mauro, pediatra di famiglia e Presidente della Società Italiana di Pediatria Preventiva e Sociale (SIPPS), secondo cui “La presenza e l’affetto di un genitore al fianco di un bambino ammalato è un antidoto al dolore sia che debba fare un semplice prelievo, oppure una  visita con il pediatra o debba sottoporsi ad un intervento. L’affetto familiare, anche apprensivo, può essere un valore aggiunto sia dal punto di vista psicologico, sia, soprattutto, da quello fisico: il bambino sente meno dolore, vive meglio il momento, sente meno ansia e stress se ha la mamma o comunque un genitore al suo fianco”. Il dottor Di Mauro aggiunge che l’Italia in questo è imbattibile, anche perché “gli ospedali italiani sono tra i pochi in Europa che permettono la presenza di un genitore la notte in ospedale” conclude il Presidente SIPP.

A confermare le affermazioni degli specialisti Pajardi e Di Mauro arrivano anche i dati di un sondaggio di “Donne e Qualità della Vita”: su un panel di 500 genitori italiani, il 76% si definisce iperprotettivo con i propri bambini malati; il 58% pensa di poter competere con i pediatri nella cura del proprio figlio; il 33% non è mai soddisfatto delle cure e delle attenzioni dei medici; infine, il 20% preferisce rivolgersi ai consigli di famigliari e amici, piuttosto che ai medici.

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