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Parkinson: malattia trascurata e senza cura

In Italia colpisce 250 mila persone, di cui una su cinque ha meno di 50 anni. Gli esperti sensibilizzano sull’assistenza ai pazienti, promuovendo informazione e ricerca. 28 novembre: Giornata nazionale sulla malattia di Parkinson.

Parkinson: malattia trascurata e senza cura

Non se ne parla abbastanza, non esiste ancora una cura definitiva, e la maggior parte delle Regioni italiane non ha sviluppato uno specifico percorso diagnostico-terapeutico assistenziale. Sono questi, ad oggi, i tre principali fattori critici nella gestione della malattia di Parkinson, patologia neurodegenerativa che colpisce solo in Italia 250 mila persone, con un’incidenza da 1,5 a 2 volte maggiore negli uomini rispetto alle donne. Numero destinato a raddoppiare nei prossimi 15 anni, dal momento che ogni anno si registrano circa 6.000 nuovi casi. Nonostante sia spesso etichettata erroneamente come malattia della terza età, alla comparsa dei sintomi iniziali una persona su cinque ha meno di 50 anni.

L’assenza di una cura definitiva della malattia e di strategie preventive si ripercuotono pesantemente sulla qualità di vita di migliaia di famiglie. Una situazione a fronte della quale emerge l’impreparazione del sistema sanitario nella presa in carico dei pazienti: sono infatti pochissimi in Italia i centri di cura specializzati, e solo alcune Regioni hanno definito un apposito Percorso Diagnostico-Terapeutico Assistenziale (PDTA).

La denuncia arriva dai massimi esperti nazionali sulla malattia di Parkinson, appena riuniti a Roma per un convegno finalizzato a promuovere l’informazione e la ricerca.

“La ricerca neurologica in Italia è di primissimo livello – avverte Alfredo Berardelli, professore ordinario di Neurologia alla Sapienza di Roma -. L’obiettivo è quello di trovare una terapia che agisca sul meccanismo fisiopatologico che dà luogo alla malattia di Parkinson”. Un aiuto importante può venire dalla riabilitazione, “che non deve essere un’alternativa alle cure farmacologiche, ma un’integrazione alle stesse”, aggiunge lo specialista.

Una speranza in più arriva, invece, dagli ultimi studi avviati per individuare biomarcatori “in grado di rilevare la patologia prima dei suoi esordi sintomatici”, con la speranza che riescano ad identificare nuove cure capaci di rallentare se non bloccare definitivamente la progressione della malattia”, afferma Giovanni Abbruzzese, Ordinario di Medicina Fisica e Riabilitativa, presso l’Università degli Studi di Genova.

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