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Parkinson: individuati fattori di rischio delle alterazioni posturali

Un importante studio italiano, pubblicato su Neurology, chiarisce l’implicazione dei disturbi, motori e non, nello sviluppo della malattia neurodegenerativa. 28 novembre: Giornata nazionale sulla malattia di Parkinson.

Parkinson: individuati fattori di rischio delle alterazioni posturali

Il progredire della malattia di Parkinson, la seconda più comune patologia neurodegenerativa dopo la malattia di Alzheimer, comporta la perdita di alcune funzioni quali il controllo dei movimenti e dell’equilibrio. Questo graduale incremento del grado di disabilità del paziente, è dovuto all’insorgenza di disturbi non-motori (dell’umore, del sonno e cognitivi) e motori, tra cui alterazioni posturali (spesso invalidanti) quali la deviazione laterale del tronco (Pisa Syndrome), la flessione anteriore del tronco (Camptocormia) e del collo (Anterocollo).

Il rapido riconoscimento dei disturbi posturali e l’adozione di specifiche procedure farmacologiche e riabilitative possono rallentare l’evoluzione della malattia di Parkinson verso forme più severe.

Un contributo fondamentale in questa direzione arriva da uno studio multicentrico italiano coordinato da Michele Tinazzi, docente di Neurologia del dipartimento di Scienze Neurologiche, Biomediche e del Movimento dell’Università di Verona, i cui risultati sono appena stati pubblicati sulla prestigiosa rivista statunitense Neurology

La ricerca, “Pisa Syndrome in Parkinson’s disease: an observational multicenter italian study”, ha coinvolto 1631 malati di Parkinson, di cui 143 affetti da Pisa Syndrome associata nel 68% dei casi a Camptocormia e/o Anterocollo. I dati emersi hanno dimostrato come uno stadio avanzato di malattia e un particolare trattamento farmacologico (con levodopa e dopamino-agonisti) aumentino il rischio di sviluppare la Sindrome rispettivamente del 46% e del 93%. Anche fattori muscolo-scheletrici come l’osteoporosi e la presenza di artrosi favoriscono, a loro volta, il rischio (del 66%), mentre la presenza di disturbi della deambulazione lo accresce di circa tre volte.

“I risultati dello studio - spiega Tinazzi - si rivelano di notevole importanza non solo per implementare le conoscenze sulla fisiopatologia dei disturbi posturali, a oggi quasi sconosciuta, ma anche per pianificare specifici percorsi diagnostico-terapeutici al fine di prevenire lo sviluppo di tali condizioni e di instaurare un trattamento mirato”. 

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