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Onde elettromagnetiche: dalla Rete tanti disturbi, ma nessuna prova

Insonnia, allergie, rossori, mal di testa, difficoltà a concentrarsi sono i malesseri più diffusi, lamentati dalle migliaia di persone che incolpano la connessione senza fili. Ma non ci sono prove. Gli scienziati però avvertono: attenzione ai bambini.

Onde elettromagnetiche: dalla Rete tanti disturbi, ma nessuna prova

Come se non avessimo già abbastanza motivi per essere stressati, una nuova minaccia di salute sta sempre più mietendo vittime tra la popolazione, a livello mondiale. Si tratta di una condizione definita dall’Oms “ipersensibilità elettromagnetica” (EHS) e che riguarda l’insieme di disturbi alla cui origine viene indicata da quanti ne soffrono un’unica causa: le onde elettromagnetiche.

In molti, infatti, lamentano una serie di malesseri (che vanno dall’insonnia al mal di testa, al nervosismo alla difficoltà a concentrarsi, fino a bruciori di stomaco, nausee, problemi digestivi ma anche arrossamenti, allergie e palpitazioni) che colpirebbe il malcapitato appena preso in mano il tablet per controllare le mail o quando attiva il WI-FI del pc.

La “sindrome” si svilupperebbe quindi in presenza di campi elettromagnetici (come quelli generati dalla connessione senza fili), ma sia in Italia sia in tutti i Paesi Europei, ad esclusione dell’Austria, non è mai stata ufficialmente riconosciuta: la scienza, infatti, non è ancora riuscita a dimostrarla in maniera inequivocabile.

Eppure, i casi di EHS registrati nel mondo non sarebbero pochi, anche se c’è da dire che la stessa misurazione non è stata condotta allo stesso modo nei diversi Paesi. Così se uno studio californiano del 2012 condotto su oltre 2 mila persone riportava una ipersensibilità dichiarata dal 3,5 % del campione, in Svezia la prevalenza era dell’1,5% mentre in Inghilterra (su 20 mila persone) del 4% e in Svizzera del 5. Il dato più alto a Taiwan, con il 13,4 % della popolazione che si riteneva colpita dalle radiazioni.

L’ultimo studio sull’ipersensibilità elettromagnetica è stato condotto da un team di ricercatori dell’istituto di Psichiatria del King’s College di Londra che, guidato da James Rubin, ha analizzato ben 46 precedenti studi sui campi elettromagnetici. Pubblicati sulla rivista Bioelectromagnetics, i risultati non hanno però riportato alcun dato di fatto: in nessuno è stata riscontrata l’evidenza scientifica che potesse far imputare i sintomi lamentati alla presenza delle fonti elettromagnetiche. La spiegazione? A detta degli studiosi potrebbe trovarsi nel cosiddetto “effetto nocebo” (da non confondere con l’opposto e più noto “effetto placebo”) per la cui comparsa sarebbe sufficiente la sola idea di essere esposti a un’agente ritenuto pericoloso. “Il fatto che questa sindrome non sia riconosciuta come malattia – avverte Maria Grazia Petronio, vicepresidente naz. Dell’Associazione Isde-Medici per l’ambiente -, non deve però farci dimenticare le persone che accusano una sintomatologia reale, che chiedono di essere prese in carico e che invece non trovano risposte”, spiega la dottoressa ricordando che sebbene il WI-FI generi un campo magnetico estremamente basso, è pur vero che si tratta di una tecnologia relativamente nuova, ed estremamente diffusa.

È quanto affermano anche tre ricercatori svedesi nell’ultimo numero di Reviews on Environmenthal Health, che puntano il dito sui rischi a cui potrebbero andare incontro i bambini: “La sempre maggior esposizione alle radiofrequenze nelle scuole è preoccupante e necessita di maggiore attenzione. Gli effetti a lungo termine sono sconosciuti. Genitori, insegnanti e dirigenti hanno la responsabilità di proteggere i bambini da esposizioni non necessarie”.

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