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Obesità bambini: alti rischi per il fegato

Cibo spazzatura e zuccheri alla base delle malattie epatiche nell’età pediatrica. Più diffuse nei maschi.

Obesità bambini: alti rischi per il fegato

Ancora una volta la cattiva alimentazione sul banco degli imputati come causa dell’obesità infantile e delle malattie croniche che ne derivano. Tra queste, la Sindrome metabolica con le relative conseguenze a carico del fegato, sono state al centro di una ricerca pubblicata sulla rivista Plos One, che ha indagato le implicazioni dell’organo quando in età pediatrica prevale una dieta a base di junk food, cibo spazzatura, e di zuccheri. 

Per lo studio, che prende le mosse da ricerche condotte su cavie di laboratorio dagli scienziati della Fondazione Italiana Fegato - FIF nei laboratori dell’AREA Science Park, è stato sviluppato un modello che riproduce l’insorgenza della sindrome metabolica in età infantile con le sue implicazioni a carico del fegato, le cui cellule, a un certo punto, non sono più in grado di smaltire l’eccesso di grasso.

Il risultato è il manifestarsi della steatosi epatica non alcolica (NAFLD) e della steatoepatite non alcolica (NASH), che trova conferma anche in un recente report pubblicato dall’Oms che richiama l’attenzione proprio sulla necessità di migliorare la nutrizione materna e quella del primo periodo di vita del bambino con l’obiettivo di diminuire il rischio di malattie croniche, inclusa l’obesità.  

Ciò che i ricercatori della FIF hanno riscontrato è che nell’età pediatrica la progressione della malattia è più veloce, con prognosi generalmente più grave rispetto agli adulti. È inoltre emersa una differenza di genere nella velocità di sviluppo della malattia, che ha visto nei maschi delle cavie (roditori) una progressione più rapida nella fase iniziale, anche se il danno finale è risultato equivalente tra maschi e femmine.

“Considerando che l’obesità infantile è in esplosione anche da noi e che il danno al fegato da sindrome metabolica diventerà nei prossimi anni la principale causa di trapianto di fegato, il modello riprodotto sarà un’ottima piattaforma per studiare i meccanismi che portano al danno, capire le differenze maschio/femmina e testare farmaci e nuovi approcci diagnostici”, ha commentato il professor Claudio Tiribelli, direttore della Fondazione Italiana Fegato e tra gli autori del paper.  

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