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Il medico ci sa ascoltare?

Tecnica e super master interessano poco: ciò che vogliamo dal nostro medico è un rapporto fondato sul dialogo

Il medico ci sa ascoltare?

Con la collaborazione della dott.ssa Daniela Case, medico di base a Milano

 

Anche se ti presenti senza appuntamento e lui ha pochi minuti ascolta i tuoi sintomi, rilegge la tua cartella clinica, ti fa le domande giuste e se occorre ti spiega quel che hai bisogno di sapere. Spesso diplomi di specializzazione e competenze tecniche non sono sufficienti ad assicurare una corretta comunicazione medico-paziente che è invece la base di quel rapporto di fiducia che favorisce il processo di guarigione, come ha appena rilevato il British Medical Journal. «Spesso non si racconta al medico quanto si voleva dire e si dimentica di segnalare sintomi e disturbi che sono fondamentali per una corretta diagnosi e terapia», spiega Daniela Case, medico di base a Milano. Per questo è fondamentale trovare un dottore che sappia ascoltare e guidare nel racconto dei nostri problemi. Ma com’è un medico così?

 

Il primo colloquio

La prima volta che andiamo nel suo studio dovrebbe chiederci nome, età, professione, mini-storia clinica, malattie ed eventuali operazioni, disturbi più frequenti, abitudini alimentari e di vita. Esempio: a che ora ci alziamo, qual è la nostra colazione tipo, quante ore lavoriamo… Dovrebbe poi far domande sul nostro stato d’animo, sui disagi e chiederci se siamo felicemente sposate oppure conviventi, separate, single. «Altre domande riguardano la storia clinica e le malattie dei genitori e della famiglia attuale», aggiunge la dottoressa Case. «A questo punto passa a una valutazione più chiara sul tipo di disturbo e dolore che stiamo provando. Dovrebbe chiederci: quando è iniziato, in che modo (d’improvviso, lentamente)… Fondamentale che il medico chieda quali attività alleviano il nostro malessere e quali lo aggravano e se avvertiamo anche altri sintomi, vedi: torpore, debolezza, diminuzione della temperatura, aumento della sudorazione. Deve anche indagare sulle situazioni o condizioni climatiche che possono migliorare o peggiorare il dolore: caldo, freddo, vento, umidità, sonno, fatica. Sicuramente poi vorrà saperne di più sulla nostra storia terapeutica chiedendoci quali farmaci usiamo di solito e quali abbiamo utilizzato negli ultimi due-tre anni. In generale, nel corso della conversazione molte domande devono riguardare lo stile di vita.

 

Le abitudini del paziente

Le domande del medico non dovrebbero solo far luce sui sintomi: bisognerebbe che fossero dedicate a un’indagine scrupolosa sull’agenda del paziente. Solo dopo aver preso in considerazione gli impegni quotidiani di una persona è possibile attivare un programma terapeutico “su misura”. In concreto: a una donna abituata a prendere la metropolitana alle otto del mattino è bene non proporre farmaci da assumere tassativamente a quell’ora. Se la paziente ama molto ricorrere all’altra medicina, vedi omeopatia, fitoterapia è opportuno non indicare solo farmaci convenzionali, ma associare anche rimedi dolci in modo da creare un percorso terapeutico integrato. Mentre parliamo, non dovrebbe fare commenti personali, del tipo anche a me è successa la stessa cosa e l’ho risolta così. Protagonista del colloquio è il paziente, non il medico! «C'è di più: il medico che sa ascoltare coglie non solo quello che dice il paziente, ma anche come lo dice. Perché il modo in cui una persona parla, la sua reazione irritata o serena alle domande aiutano il dottore non solo a comprendere meglio il disagio presentato, ma anche a decidere come comunicare la diagnosi e la terapia», spiega Daniela Case. Infine, il medico chiederà di essere informato sui pro e contro attivati dalla cura e soprattutto sul benessere percepito fin dai primi giorni.

di Annalisa Bacci

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