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Rispettiamo il pudore dei nostri figli

La nudità nel bambino, sia la sua sia quella dei genitori, è causa di grandi emozioni. L’esperto ci spiega come affrontare il senso del pudore tra le mura domestiche

Rispettiamo il pudore dei nostri figli

Siamo abituati a cambiare il nostro bambino, quando ci sono amici o in casa d’altri, in luoghi pubblici e se lo svestiamo o gli facciamo il bagnetto non sempre ci preoccupiamo di salvaguardare la sua nudità. Pensiamo che tanto è piccolo e non ha il senso del pudore. Per alcuni genitori il corpo e la nudità del bambino sono fonte di imbarazzo e disagio, per altri non creano alcun problema. Secondo loro non c’è nulla di cui vergognarsi. E, allo stesso modo, spesso i genitori non trovano sconveniente spogliarsi o mostrarsi nudi di fronte ai figli. «Girare nudi può essere liberatorio per gli adulti, ma può essere fonte di paura per un piccolo», spiega Carlo Lazzari, medico e psicoterapeuta. Come osserva la psicoterapeuta francese Francoise Dolto, il pudore inizia molto presto, precisamente con la scoperta della differenza sessuale, intorno ai tre-quattro anni. Capita così che dopo una fase in cui non era un problema fare il bagnetto anche di fronte a estranei, i bambini tendono a circondare di un alone di segretezza il loro corpo, a cominciare dai genitali. «A quest’età, il confronto troppo diretto con il corpo di mamma e papà può essere schiacciante per i piccoli che rischiano di sentirsi inadeguati, inferiori. La nudità dei genitori può mettere a repentaglio la fiducia che il bambino ha in se stesso e nello stesso tempo sovreccita la sua sessualità», dice  Carlo Lazzari.

 

Scoperta graduale
La prima regola è quella di non creare confusione: i bambini sentono con maggior chiarezza l’emozione che anima i nostri comportamenti piuttosto che le parole o l’atteggiamento esteriore. Sono perfettamente in grado di capire se papà e mamma si mostrano nudi, ma sotto sotto sono a disagio. Quindi è meglio non fingere, non spingerci più in là di quel che possiamo fare: è opportuno non mostrarsi scoperti piuttosto che farlo con imbarazzo. Importante è non barare, ma fare quel che ci si sente tenendo conto del proprio contesto sociale, delle proprie abitudini. In alcuni ambienti girare senza abiti significa lanciare messaggi di seduzione volontari o involontari. Chi ha viaggiato poco e vive una vita ritirata, spesso, ha più difficoltà a farsi vedere senza vestiti. E, nel caso in cui desideri semplicemente cambiarsi davanti ai figli, lo fa con una punta di contraddizione: l’atteggiamento esteriore è disinibito, ma le sue emozioni sono di paura e timidezza.



Senso del pudore: età per età
I piccoli non percepiscono la distinzione tra il proprio corpo e quello della mamma. Solo intorno a 3-4 anni cominciano a prendere coscienza del mondo esterno e di tutto quello che si può esplorare.
La loro scoperta non conosce regole o sensi del pudore. Osservano, toccano le varie parti del loro corpo, tra cui anche gli organi sessuali, senza idee preconcette. In questa fase è molto importante non reprimere il desiderio di scoperta, non scandalizzarsi o imbarazzarsi di fronte a questi comportamenti. Indipendentemente dagli insegnamenti dei genitori, più o meno "liberi", con la scoperta della differenza sessuale subentra nei bambini in modo del tutto spontaneo un senso del pudore, spesso molto forte. Attenzione: è l’età dell’Edipo, il periodo in cui il bambino è appassionatamente attaccato al genitore di sesso opposto. La bambina in questa fase ha voglia di sedurre suo padre, il maschietto corteggia la madre. Attenzione a girare nudi per casa: il bambino può diventare inquieto. Dai sette anni in poi l’amore per il genitore di sesso opposto è al tramonto: il piccolo non tenta più di affermare la sua identità sessuale in famiglia. Comincia a sedurre il suo compagno o la sua compagna di scuola. Il suo corpo in crescita gli trasmette fiducia e sicurezza, ma desidera vestirsi, svestirsi e occuparsi della sua toeletta da solo. È importante assecondare il suo desiderio di privacy.

di Annalisa Bacci (con la consulenza di Carlo Lazzari, medico e psicoterapeuta in Inghilterra)

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