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Monica Leofreddi ci racconta la sua esperienza sulla fecondazione assistita

La nota presentatrice TV racconta la sua esperienza a lieto fine per dare una speranza alle tante donne che non riescono ad avere figli

Monica Leofreddi ci racconta la sua esperienza sulla fecondazione assistita
Foto di Roberto Guberti

Quando finalmente ho stretto Riccardo tra le braccia, il nostro bambino, che io e Gianluca abbiamo così profondamente desiderato, come per un colpo di bacchetta magica, ho chiuso nel cassetto dei ricordi il lungo percorso di terapie per diventare mamma. Riccardo è nato grazie alla fecondazione assistita. Lo racconto per dare speranza alle tante donne che vogliono un figlio, ma non riescono ad averlo. Lo racconto, perché credo molto nella solidarietà femminile e se la mia esperienza può aiutare, dare conforto a un'altra futura mamma, per me è solo una grande gioia. Ho conosciuto Gianluca a 37 anni e con lui ho sentito di aver incontrato l'altra metà, soprattutto con lui ho desiderato costruire una famiglia. Eravamo pronti ad accogliere un bambino: credevo di sapere tutto sulla maternità, la cosa più meravigliosa per una donna. Da fervente cattolica pensavo che mai avrei forzato la natura per diventare madre. Ma dentro di me qualcosa è cambiato quando dopo un anno non succedeva nulla. Mese dopo mese la tanto desiderata gravidanza non arrivava. Senza perdere l'ottimismo davo la colpa alla lontananza: per un certo periodo, infatti, ho lavorato a Milano come conduttrice del programma L'Italia sul due, mentre Gianluca era a Roma e ci incontravamo solo il week-end. La decisione: chiedere aiuto alla medicina. Mi sono convinta che fosse giusto rivolgersi a un centro specializzato per fare degli accertamenti e valutare lo stato di salute, mio e di Gianluca. Ho fatto analisi del sangue per esaminare i dosaggi ormonali, ecografie, fino a un  esame più approfondito per vedere le tube. Così ho scoperto di avere una tuba chiusa, per cui la possibilità di rimanere incinta naturalmente si dimezzava. Lì ho vissuto i primi momenti d'ansia: facevo i conti con l'età, non ero più una ventenne e più si cresce e meno si è fertili. Ma la soluzione sembrava semplice: ricorrere all'inseminazione intrauterina, per essere fecondata bypassando le tube. Non ho fatto nessuna cura, solo il monitoraggio a giorni alterni per stabilire il momento esatto dell'ovulazione. Quattro volte, ma non è accaduto niente. Lo ammetto, ho preso malissimo i continui insuccessi, scoprendo che intorno a me c'erano tanti casi analoghi. Tutte le volte mi dicevo che quello sarebbe stato l'ultimo tentativo, che non volevo vivere l'odissea della ricerca accanita della maternità. Eppure facevo il contrario, spingendomi oltre. Ho persino lasciato il lavoro perché davo la colpa allo stress. Sentivo che dovevo provare ancora, ho girato vari centri e ho iniziato il percorso della fecondazione assistita, ben più complicato. Ho iniziato a fare cure ormonali: dovevo fare una iniezione al giorno sulla pancia, ho persino imparato a farmele da sola. Poi i prelievi del sangue, un giorno sì e uno no. Dopo un po' avevo buchi e lividi ovunque. E altri effetti collaterali degli ormoni, aumento di peso, sbalzi di umore. Il ciclo di preparazione dura circa 15 giorni, quando avviene l'ovulazione si subisce un piccolo intervento in anestesia totale per prelevare e fecondare l'ovulo con lo spermatozoo in vitro. Passano circa tre giorni, un'attesa interminabile, l'attesa di sapere se si è formato l'embrione. Poi si torna in sala operatoria, per l'impianto nell'utero, senza anestesia. Lo voglio dire, un momento di emozione unica, perché con me c'era Gianluca. Seppure la medicina si sostituiva all'atto naturale dell'amore, comunque, veniva impiantato l'embrione mio e di Gianluca. Non si avverte particolare dolore, un po' di fastidio, ma veloce. In quel momento si è talmente coinvolti, che non si fa caso alle sensazioni fisiche.

 

 

Cinque interminabili tentativi

Mi sono sottoposta a cinque fecondazioni in vitro, prima che nascesse Riccardo, che oggi ha un anno e mezzo. Quattro insuccessi che hanno messo a dura prova la mia serenità, il mio equilibrio, il mio rapporto con Gianluca. Abbiamo chiesto aiuto anche a un terapista di coppia. Avevamo pensato all'adozione, ma l'incontro con altre coppie con bimbi adottati ci ha fatto capire che non eravamo pronti. Non potevamo sostenere un altro percorso, che psicologicamente avrebbe richiesto troppe energie. Ma l'amore ha vinto sulle difficoltà e il nostro bambino è arrivato quando ormai non ce l'aspettavamo più. L'ultimo tentativo lo feci con più distacco. Tornando subito alla solita vita, mentre le prime volte dopo l'impianto restavo a letto, per paura di fare danni. Ricordo che feci l'ennesimo prelievo del sangue per vedere se erano cresciute le Beta HCG, un valore che indica l'inizio della gravidanza, senza crederci troppo. La sera prima avevo avuto delle perdite che mi avevano fatto pensare al ciclo. Quando squillò il telefono e la dottoressa mi disse: “Monica lei è incinta”, non riuscii neanche a risponderle: corsi nello studio di Gianluca, gli dissi che aspettavamo un bambino stringendolo forte. Lasciandoci andare a un pianto liberatorio e di immensa felicità.

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