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Figli: come aiutarli ad affrontare l’adolescenza

Non è semplice gestire gli adolescenti durante questa delicata fase della crescita. Meglio essere più severi o più accomodanti? I consigli per non diventare i nemici dei nostri ragazzi.

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Figli: come aiutarli ad affrontare l’adolescenza

Con la consulenza della professoressa MARIA RITA PARSI, psicologa, psicoterapeuta, saggista, Docente di Psicologia e Fondatrice di “Movimento bambino”.

 
Sono sempre più numerosi i genitori che si interrogano sul modello educativo da seguire quando i loro figli raggiungono l’età dell’adolescenza. Una fase delicata, di cambiamenti sia fisici sia psicologici. Al tempo stesso estremamente complicata non solo per i ragazzi, ma anche per i genitori che si sentono sempre più distanti e inadeguati. E, così, le incomprensioni e le discussioni sono all’ordine del giorno. Mamma e papà avvertono una sensazione di impotenza, sempre meno capaci di controllare e tutelare il loro ragazzo. L’adolescenza coincide con la nascita del “pensiero astratto”: scoprire, per esempio, che la verità non è appannaggio esclusivo degli adulti. Ciò significa sperimentare, rispetto all’autorità dei genitori, un forte ed esaltante senso di libertà. Questa scoperta, dal significato fortemente rivoluzionario, spiega la tendenza dell’adolescente a ribellarsi contro le regole genitoriali e le istituzioni in genere. Le sue sono prove, tentativi per conoscere se stesso. Come comportarsi allora? Come gestire la quotidianità? Meglio i metodi duri oppure le rassicurazioni affettive?

Il primo passo

È compito del genitore informarsi e formarsi per affrontare l’adolescenza del figlio.

Primo: tornare indietro con i ricordi alla propria infanzia, pre-adolescenza e adolescenza per capire meglio le incertezze e le contraddizioni del proprio ragazzo.

Secondo: stabilire nuove modalità relazionali, attivando un dialogo attento ed empatico capace di infondere senso di fiducia e al tempo stesso di responsabilità. Il dibattito sul metodo che esorta i genitori a privilegiare elogi e manifestazioni d’affetto, accantonando castighi e punizioni, è stato rilanciato, di recente, dal Wall Street Journal e parte dal Dipartimento di Psichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza dell’Università di New York: “Elogiate i vostri figli quando agiscono bene sottolineandone i risultati, non enfatizzate gli errori. Otterrete, così, un incremento di buoni comportamenti da parte dei ragazzi”.

Se il genitore è solo

Nei casi delle famiglie cosiddette monoparentali, laddove il punto di riferimento genitoriale per i figli è uno, è ancora più importante che la famiglia non sia autoreferenziale, ma si apra a nuove realtà educative (la scuola, i Centri Culturali Polivalenti, gli oratori…) e affettive. Nella stragrande maggioranza è la madre a occuparsi dei figli: in questi casi, è fondamentale che il ragazzo trovi un punto di riferimento anche maschile. Può essere un nonno, uno zio, un educatore, purché si tratti di figure stabili che possano fungere da sostegno.

I metodi educativi

I figli non sempre vanno assecondati e giustificati: l’adolescente si sente carico di energia, desideroso di sperimentare e di sperimentarsi, ma ancora profondamente insicuro, spaesato e incerto. Anche per questo motivo i figli non vanno assecondati e giustificati sempre. Piuttosto devono essere “accompagnati” dai genitori, che dovrebbero saperli riconoscere, accettare e amare, al di là delle loro contraddizioni. È opportuno che madre e padre si propongano come una guida autorevole e sicura. La comunicazione, poi, è fondamentale per contenere la paura dei ragazzi e per aiutarli a conoscere se stessi e a riflettere con maggiore serenità sulla realtà che incontrano.

Imparare a dire “no”La crescita dei figli passa attraverso la consapevolezza da parte dei genitori, che i “no” non rappresentano necessariamente una possibilità mancata o, peggio ancora, un’imposizione. Al contrario, essi possono rappresentare la cartina tornasole dell’attenzione che i genitori riservano ai propri ragazzi. Il “no” è la più difficile delle risposte, ma anche quella più amorevole se motivata. Viene detta per favorire il benessere fisico e psicoemotivo dei propri figli. Captare i segnali che ci inviano i nostri figli: solo attraverso l’attenzione, il dialogo e l’ascolto è possibile comprendere la presenza di eventuali disagi di cui, assai spesso, il corpo (il teatro dei conflitti non risolti) viene investito. I segnali di disagio possono interessare il piano dell’affettività (sbalzi d’umore, attacchi d’ansia, comportamenti autodistruttivi), della sessualità (inadeguatezza, complessi), dell’alimentazione (anoressia, bulimia, comportamenti alimentari atipici) e riguardare le dinamiche relazionali, psichiche, fisiche oltre che le problematiche interne alla famiglia, alla scuola e al gruppo dei pari.

 

Trasmettere il senso del dovere. La vita è fatta anche di doveri, impegni, responsabilità. Come la scuola e i compiti. Genitori e ragazzi dovrebbero avere presente che, parafrasando Steve Jobs: “Il premio è il viaggio”. Ovvero, anche per il tempo del dovere, il premio è rappresentato dall’esperienza stessa. Per questo proponiamo ai nostri figli l’idea del viaggio come metafora della vita: un attraversamento scandito da una serie di tappe nelquale, con gioia. ma anche con fatica, si devono affrontare degli ostacoli, il cui superamento consente di diventare più grandi.

Ma quali sono gli errori più comuni da evitare? Scopriamoli insieme...

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