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Educazione bambini. Sì o no delle sculacciate

La ‘moda’ delle sberle come metodo educativo sta diventano sempre più trendy in tutto il mondo, ma è davvero così utile? Lo abbiamo chiesto allo psicoterapeuta

Educazione bambini. Sì o no delle sculacciate

Noi chiudiamo la porta e i nostri piccoli la aprono, diciamo di non prendere una certa cosa e dopo un secondo ce l’hanno in mano. Ammettiamolo, i figli nella fase-opposività intorno ai 4-7 anni ci fanno impazzire e diventano così bravi a fare il contrario delle cose richieste tanto che a volte ci sentiamo davvero sfinite e così lasciamo correre. «Sbagliatissimo: dire no a un bambino in molti casi è assolutamente necessario per la sua sicurezza fisica e psicologica.  È vero che non bisogna trasformare la vita di un bimbo in un elenco di rifiuti, ma ci sono situazioni che richiedono il no netto e chiaro, a volte accompagnato da un ceffone», spiega Carlo Lazzari, psicoterapeuta in Inghilterra. Questa è la posizione presa anche dalla Camera dei Lord inglese e da alcuni educatori anglosassoni sulle punizioni. La polemica, però, infuria. Save the children, la più grande organizzazione internazionale indipendente, che da inizio secolo lotta per migliorare la vita dei bambini, attraverso un’indagine ha fatto sapere che la moda delle sberle sta diventano sempre più trendy in tutto il mondo. E anche il 30% delle madri italiane, notoriamente tenere e protettive, avrebbe preso l’abitudine di dare un sonoro ceffone al figlio, almeno una volta al mese. In generale, i fan dello sculaccione sostengono che la punizione fisica ha una valenza educativa: pone il senso del limite. I contrari, invece, spiegano che ceffoni e sberle incitano alla violenza.

 

In inglese si parla di spanking
Attenzione: prima di tutto dobbiamo chiarirci su cosa intendiamo per schiaffo. «Ceffone vuol dire sculacciata sul sedere o sberla sul viso che scappa nei momenti di rabbia. Niente di più. Molti pedagogisti americani aggiungono che queste punizioni possono essere efficaci se non abusive, cioè se prevedono un solo gesto e se non vengono usate in modo sistematico, ma solo talvolta come indicazioni di stop», spiega Carlo Lazzari. Un bambino di sei sette anni può capire che in un certo momento la mamma o il papà sono nervosi e che possono reagire con uno schiaffone. Se data a caldo la sberla può non essere una buona azione, ma è sempre meglio di una frase del tipo: mamma non ti vuole più bene. Se lo schiaffone diventa un’abitudine, le cose si complicano. Sì, è vero, bisogna insegnare ai figli con pazienza spiegando loro attraverso il dialogo cosa è giusto e cosa è sbagliato, ma a volte i bambini fanno continui capricci e ciò può essere esasperante. «Quando i piccoli sono preda di queste tempeste comportamentali perché arrabbiati e stizziti con se stessi, con il mondo o con gli adulti che non esaudiscono i loro desideri, la cosa migliore da fare è quella di lasciarli sbollire senza dare troppa importanza alle loro manifestazioni», aggiunge lo psicologo. Capita anche ai genitori più attenti e preparati di arrivare a una soglia di contrasto con il figlio inaccettabile perché il bambino non vuole assolutamente riconoscere limiti e regole. E in quel caso non si può biasimare il genitore innervosito al quale scappa un ceffone. Certo, in queste situazioni i piccoli afferrano meglio un linguaggio non verbale. Ma può bastare anche prenderli per un braccio, lo schiaffo può essere eccessivo perché insegna a diventare aggressivi. Cosa fare: per concludere possiamo dire che se a noi genitori scappa un ceffone non dobbiamo farne un dramma. Attenzione, però: gli schiaffoni non vanno incoraggiati: i bambini che in casa vengono picchiati o diventano insicuri e si autoemarginano o optano sulla violenza e si rifanno sugli altri bambini. Meglio intervenire con punizioni attive, per esempio, dare piccoli incarichi, farsi aiutare a riordinare la stanza, apparecchiare a tavola e così via.

di Annalisa Bacci (con la consulenza di Carlo Lazzari, psicoterapeuta in Inghilterra)

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