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La crioconservazione per preservare la fertilità

Il congelamento degli ovociti è l’ultima frontiera della procreazione assistita

La crioconservazione per preservare la fertilità

Con la consulenza del dott. Andrea Borini, presidente di Pro-fert, e della dott.ssa Monica Antinori, ginecologa, responsabile clinico Raprui Roma

 

È una tecnica nata circa 30 anni fa, che consente di congelare e conservare gli ovociti (cioè le cellule riproduttive femminili) e riutilizzarle in seguito, anche dopo molti anni. Contrariamente al congelamento degli spermatozoi, praticato senza problemi da oltre 40 anni, quello degli ovociti è un procedimento più complesso e delicato, che ha richiesto anni di studi. Oggi però si tratta di una pratica consolidata, sicura e molto efficace. Che oltre a rappresentare una riserva di fertilità per le donne non comporta problemi etici (come invece avviene per il congelamento degli embrioni) e può essere effettuata anche se si è ancora in attesa di un compagno.

 

Come si fa

La donna viene sottoposta ad una stimolazione ormonale che le permette di ottenere più follicoli (10/15), cioè le “sacche” che contengono gli ovociti. Quando questi giungono a maturazione, vengono prelevati per via transvaginale, sotto guida ecografica, nel corso di un intervento in day hospital effettuato con sedazione profonda (cioè senza intubazione e senza dolore), poi congelati con tecniche diverse (congelamento lento o vetrificazione), e conservati in apposite “banche” presso lo stesso istituto dove sono stati prelevati. Al momento opportuno, con tempi non definiti (ma per gli spermatozoi si arriva anche a 20 anni) possono essere utilizzati con le solite tecniche di procreazione assistita in vitro.

 

Quando non c’è altro modo per preservare la fertilità

In caso di tumore

Abbiamo chiesto il parere del dott. Andrea Borini, presidente di Pro-fert. Ogni anno, in Italia, quasi 2.500 donne si ammalano di tumore al seno in età ancora fertile, cioè dai 15 ai 39 anni. La maggior parte di loro guarisce, grazie al progresso delle terapie, e può contare su una vita del tutto normale. Ma solo il 3-7% riesce poi ad avere bambini naturalmente, perché chemio e radioterapia salvano la vita, ma possono uccidere la fertilità. Poter congelare i propri ovociti (o gli spermatozoi, in caso di pazienti maschi), per ritrovare la fertilità una volta guariti è dunque importantissimo. Mentre in Usa questa pratica si sta diffondendo, in Italia viene trascurata. “Le donne non sanno, i medici non dicono” conferma una recente indagine di Pro-fert su diverse centinaia di donne con tumore ematologico seguite nei centri più qualificati del Paese (IEO di Milano, Dipartimento la Sapienza di Roma, Fondazione G. Pascale di Napoli e altri). “Eppure” commenta Borini “è proprio la prospettiva di poter avere un figlio che consente a molte donne di ricominciare a vivere a tutto tondo dopo un tumore”. Come si procede? Prendiamo, per esempio, un tumore al seno sopraggiunto in età fertile: fra l’intervento chirurgico (di solito immediato) e l’inizio della chemioterapia passano circa 40 giorni. Quanto basta per fare l’iperstimolazione, e poi il prelievo. A questo punto gli ovociti ottenuti si congelano, la paziente segue il suo ciclo di cure e, quando lo avrà concluso (in media 5 anni), se vorrà potrà tentare la procreazione assistita. E senza il rischio che l’iperstimolazione favorisca recidive. “Il medico esperto sa valutare se e come può essere trattato ogni singolo caso” rassicura Borini. “Per i tumori del sangue non ci sono pericoli. E neanche per quelli del seno, se il tumore è estrogeno-negativo. In caso contrario, ci sono farmaci che permettono di controllare gli estrogeni”.

 

In caso di “rinvio” della maternità

Con la consulenza della dott.ssa Monica Antinori, ginecologa, responsabile clinico Raprui Roma. La realtà è sotto gli occhi di tutti: oggi si diventa mamme quando nel secolo scorso si diventava nonne. Anche a 40 anni e oltre. “Questa tendenza ha alcuni aspetti positivi” sottolinea la dott.ssa Antinori, “da quello della maggior consapevolezza della maternità a un maggior equilibrio personale, oltre alla probabilità di poter offrire al bimbo un buon tenore di vita. Resta il fatto che, con il passare del tempo anche le ovaie invecchiano, e sempre più spesso il ciclo è senza ovulazione. Inoltre l'ovulo fecondato si annida sempre più di rado nell’utero, oppure non si sviluppa per l’aumentata incidenza di patologie cromosomiche che corrispondono a un aumento degli aborti spontanei. È quindi il caso di correre ai ripari quando ancora la produzione ovarica è adeguata”.

 

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