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Convivere o sposarsi?

Oggi il matrimonio non rappresenta più la scelta “per eccellenza” e molte donne si chiedono cosa sia meglio per sé e per la coppia

Convivere o sposarsi?

A cura della dott.ssa Stefania Gioia, psicologa e sessuologa a Seregno (MB)

 

Quando una coppia vuole consolidare il proprio rapporto, stare più tempo insieme, condividere la quotidianità e le responsabilità, avere una maggiore intimità, ecc., significa che per i due partner è arrivato il momento di chiedersi come la relazione potrà evolversi: convivere o sposarsi? Può essere una decisione comune o una proposta di uno dei due, potrebbe essere il frutto di lunghi ragionamenti o un esito dato per scontato; oggi che il matrimonio non rappresenta più la scelta “per eccellenza”, quello che sempre più spesso accade è che molte coppie e molte persone si chiedano cosa sia davvero meglio per sé e per la coppia prima di decidere. “Quale tra i due modi di stare insieme mi renderà più felice e permetterà alla mia coppia di durare per sempre?”. Ecco il nuovo dilemma!

 

E se finisce?

La fine del matrimonio civile è legata a tempi precisi definiti dalla legge: il divorzio è, infatti, ottenibile soltanto dopo i 3 anni di separazione legale (e prevede l’assistenza di un avvocato). La convivenza non ha vincoli dettati da terzi e può essere interrotta e ripristinata in qualsiasi momento in dipendenza della sola volontà dei singoli. È bene ricordare che la paura del divorzio, presente in molte coppie che non si sposano, può far evitare spese economiche e lunghe e impegnative prassi burocratiche ma non serve a tutelarsi da possibili sofferenze. Se una convivenza finisce, non consolerà il fatto di non essere arrivate all’altare con l’abito bianco.

 

Cosa dicono le ricerche

Una ricerca della Cornell University ha analizzato gli stati umorali di tremila americani. Le interviste hanno valutato fattori quali la depressione e la felicità, le variazioni d’umore, i momenti di debolezza e la scarsa autostima. I risultati avrebbero rivelato che i conviventi sono più felici e più sicuri di sé, mentre gli sposati godono di miglior salute. Secondo un altro studio (National Center for Health Statistics), sempre relativo alla popolazione americana, le coppie che hanno convissuto prima del matrimonio hanno più probabilità di concludere la loro esperienza con un divorzio. Le ricerche si basano solo su dati statistici ed è bene ricordare che i risultati variano a seconda della cultura di riferimento, del sesso e della soggettività di ognuno. In ogni caso pare che nemmeno i migliori studi ci possano dire con certezza la strada da scegliere: conviventi felici fin che dura o sposati meno felici ma per sempre? Una risposta per tutti non esiste, la scelta migliore è quella che va bene per se stessi e per la propria situazione; a questo proposito è importante conoscere i processi sottostanti alla scelta: da quali credenze, desideri e aspettative siamo mossi?

 

Quali sono le principali differenze?

Nonostante i cambiamenti culturali avvenuti negli ultimi decenni, che hanno visto la fine o quasi delle unioni di convenienza (per scopi economici o familiari), il matrimonio rimane un evento fortemente sociale e mediato. È sancito da un terzo (il prete, il Comune, la legge) e comprovato da testimoni, è sorretto da una forte componente rituale e conviviale che raduna le famiglie di origine, i parenti e gli amici, attorno agli sposi con una funzione di protezione della coppia. È ancora oggi l’unica istituzione che, secondo la legge, è a fondamento della famiglia e come tale ne tutela diritti e doveri (vengono regolati, tra gli altri, problemi relativi a: abitazione familiare, diritti successori, effetti patrimoniali, pensioni e assicurazioni, ecc.).

Con il termine “famiglia di fatto” (anche definita convivenza more uxorio) si indica genericamente l’unione stabile e la comunione di vita tra due persone. La convivenza è un fatto privato, deciso dalla coppia senza la necessaria approvazione o il consenso di altri soggetti e che ha conseguenze immediate: così come ci si unisce sotto a uno stesso tetto così ci si può lasciare, da un momento all’altro. Il legame che crea l’unione è sbilanciato verso il polo affettivo, lasciando sullo sfondo la regola e l’impegno formale. È connotata da maggiori libertà in termini rituali e legislativi; non necessita, infatti, di precisi segnali (festa, regali, vestito bianco, ecc.) e non è regolata da leggi, ma soltanto dalla giurisprudenza.

È importante per una donna sapere che i figli nati da una convivenza fuori dal matrimonio, se riconosciuti, sono equiparati ai figli legittimi anche se esistono ancora delle disparità (soprattutto in materia di diritto successorio).

di Dott.ssa Stefania Gioia

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