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Contro l’ictus da Fibrillazione Atriale: disponibili i nuovi anticoagulanti

Contro l’ictus da Fibrillazione Atriale: disponibili i nuovi anticoagulanti

Sono disponibili anche in Italia nuovi anticoagulanti orali (dabigatran, rivaroxaban e apixaban), maneggevoli e sicuri, in grado di spezzare la relazione tra Fibrillazione Atriale ed ictus, permettendo così ai medici d'inquadrare più correttamente la situazione patologia che ne consegue. La Fibrillazione Atriale – alterazione del ritmo cardiaco che colpisce 9,6 milioni di persone in Europa – si associa a un rischio globale di incorrere in un ictus cerebrale 5 volte maggiore rispetto alla popolazione che non soffre di questa patologia. Rischio che aumenta in modo esponenziale con il progredire dell’età, con tutte le conseguenze che ne derivano in termini di mortalità, disabilità e inevitabilmente di costi per il nostro Sistema Sanitario.

Per esercitare misure preventive adeguate, l’elemento cruciale diventa l’applicazione di un efficace regime terapeutico, attraverso una terapia anticoagulante. Tuttavia in Italia si registra un sotto-trattamento dei pazienti affetti da Fibrillazione Atriale, dovuto principalmente ai limiti della profilassi farmacologica finora utilizzata (antagonisti della vitamina K), che presenta alcune difficoltà di gestione, come la necessità di frequenti controlli ematologici per l’aggiustamento del dosaggio, interazioni con alimenti ed altri farmaci. “Anche se con la nuova classe terapeutica ci aspettiamo una maggior copertura, a oggi permane un’elevata percentuale di soggetti che non esegue alcun tipo di profilassi o viene sottoposto a trattamento con antiaggreganti piastrinici, che hanno dimostrato di non proteggere completamente dall’eventuale insorgenza di fenomeni tromboembolici, e di avere un eguale rischio emorragico rispetto agli altri anticoagulanti. Percentuale che globalmente può arrivare al 40%. – dichiara Francesco Bovenzi, Presidente ANMCO e Direttore della Cardiologia dell’Ospedale ‘Campo di Marte’ di Lucca - I nuovi farmaci - continua Bovenzi – sono più semplici da utilizzare, dato che non richiedono frequenti controlli ematici, sono somministrati a un dosaggio fisso, facilitando l’aderenza alla terapia, hanno scarsissima probabilità di interazioni con alimenti o altri farmaci, presentano ridotto rischio di emorragie cerebrali rispetto al warfarin. Ciononostante, ad oggi, solo il 6% dei pazienti è curato con essi, probabilmente anche a causa di una complessa gestione burocratica nelle prescrizioni”. 

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