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Clownterapia: in corsia con i bambini

Un lavoro di equipe negli ospedali tra i medici e gli operatori del sorriso uniti da un unico grande scopo: il benessere psicofisico del bambino. I vantaggi della gelotologia e il percorso di formazione del clown-dottore

Clownterapia: in corsia con i bambini

Il riso fa buon sangue: un motto che non è mai stato una leggenda.

Con la clownterapia, infatti, si possono compiere dei piccoli miracoli: il piccolo paziente ricomincia a mangiare, il sistema immunitario si fortifica, l’organismo si ossigena, migliora la circolazione e la digestione, si assottiglia la percezione del dolore. Possono verificarsi dei netti miglioramenti nelle analisi cliniche di bimbi, ma anche di anziani; sorridere con gusto abbassa perfino la soglia dell’ansia e si fa pure una discreta ginnastica che coinvolge tutto il corpo! E’ oramai scientificamente provato che la clownterapia è davvero un ottimo antitodo contro le malattie, che ha volte causano anche stati depressivi, e come afferma Patch Adams: “Non possiamo promettere di guarire le persone, ma possiamo promettere di prenderci cura di loro".

Intermediario di questa scienza sorprendente e straordinaria - denominata in senso tecnico: “gelotologia” e nota anche come la “nuova scienza del sorriso” - è il clown-dottore. Un addetto ai lavori che agisce sullo stato psicofisico dei pazienti, soprattutto se bambini, e che ha il compito di umanizzare le strutture ospedaliere e, più in generale, i servizi socio-sanitari sull’onda dell’empatia, dell’intimità, della discreta ma attenta cura dell’ individuo ospedalizzato, lì dove il medico cura l’altro aspetto della persona: la malattia. Si instaura, pertanto, un lavoro di equipe in corsia: una stretta collaborazione tra il medico e il clown-dottore, il quale però non si sovrappone mai ma si integra al lavoro del primo. Un personaggio strategico, non necessariamente medico, che sempre più spesso è utilizzato nelle medicherie delle strutture sanitarie, nei reparti oncologici, nel pre-operatorio e nel post-operatorio e persino nelle stanze sterili dei trapianti.

Come afferma Leo Spinagelotologo e fondatore di Ridere per Vivere, tra le più famose associazioni che si occupano della formazione dei professionisti del sorriso - “noi ci occupiamo della sfera sana della persona in difficoltà. Tutti gli altri dialogano con la malattia, noi cerchiamo di ampliare la sfera della salute, proprio come degli anticorpi”. 

 

La formazione del clown-dottore

Secondo gli esperti del settore è necessaria una buona preparazione per essere clown-dottori. Le ore di formazione devono essere all’incirca 600. Le materie? Certamente quelle scientifico-antropologiche ma anche artistiche, come la musicoterapia, la danza-terapia e il teatro. Inoltre bisogna avere discrete nozioni di improvvisazione teatrale, comicità e umorismo e, nondimeno, altre doti, anche innate, che possono essere opportunamente sfruttate al fine di sdrammatizzare le pratiche sanitarie. Un bagaglio personale e culturale, questo, che mira ad un unico scopo: far cambiare segno alle emozioni negative per migliorare il benessere generale del piccolo paziente. Ed infine, per una buona riuscita in questo mestiere, ci si deve anche credere!

Dal punto di vista della scienza, la terapia del sorriso ha avuto le sue soddisfazioni nel corso del tempo. Infatti, proprio di recente, hanno avuto risposta quei dubbi sollevati negli anni '80 del neuro-scienziato David Felten, che si chiedeva: “Possono i pazienti contribuire essi stessi alla propria salute usando la via neuro immunitaria? Possono la gioia, il forte supporto personale e sociale aiutare il paziente ad uscire da una malattia?” con un riconoscimento scientifico concreto a Stoccolma, dalla Swedish Behavioral Medicine Society, relativo ai benefici della clown-terapia. Una vittoria dovuta al lavoro dell’equipe della dott.ssa Lucia Angrisani che ha accertato, con evidenze cliniche, come la terapia del sorriso sia strumento utile alla riduzione significativa delle complicazioni post-operatorie e anche delle degenze ospedaliere (di almeno un giorno!), oltreché ad essere un coadiuvante per l’abbassamento del dolore.

Ecco che, allora, si può dedurre che all’umorismo in corsia non si può rinunciare: in effetti è una terapia vantaggiosa e perfino “naturale”!

di Manuela Zazzara

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