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Cataratta: la cura con la chirurgia a ultrasuoni

Una tecnica, sofisticata e mini-invasiva, che permette un immediato recupero della vista

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Cataratta: la cura con la chirurgia a ultrasuoni

Con la consulenza del professor ANDREA CUSUMANO, Specialista in Oftalmologia e Chirurgia Oculare, Docente di Oftalmologia presso l'Università di Roma “Tor Vergata”.

 

"Come osservare il mondo in una nebbia che progressivamente diventa sempre più fitta”: questa è la sensazione con cui la maggior parte delle volte viene percepita una delle malattie oculari più frequenti, la cataratta. Si tratta della progressiva opacizzazione di una lente naturale, il cristallino, situata dietro l’iride, che ha la funzione di focalizzare le immagini provenienti dal mondo esterno sulla retina. Al progredire dell’opacizzazione corrisponde una proporzionale diminuzione della visione che può portare, qualora la cataratta non venga rimossa chirurgicamente, a vera e propria cecità. Ecco perché, ai primi sintomi, è importante sottoporsi a una visita specialistica dall’oculista. Secondo i dati dell’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità), nei Paesi non sviluppati, dove spesso la malattia non viene operata, a causa di gravi carenze strutturali e tecnologiche, continua ad essere responsabile di oltre il 50% dei casi di perdita della visione.

 

L’unica cura: operare

Non esiste alcuna cura farmacologica per la cataratta e solo l’intervento chirurgico può permettere il ripristino della visione. Negli ultimi anni c’è stata una vera rivoluzione tecnologica, rappresentata dall’introduzione di una tecnica chirurgica denominata facoemulsificazione, basata sull’uso di ultrasuoni convenzionali. Attraverso una piccola incisione, viene introdotto all’interno dell’occhio un manipolo a due vie che da un lato emette ultrasuoni frammentando il cristallino opacizzato, e dall’altro aspira il materiale nebulizzato. Oggi, inoltre, c’è un nuovo tipo d’intervento che utilizza degli ultrasuoni modificati, i cosiddetti “ultrasuoni torsionali”, una pietra miliare per la moderna chirurgia della cataratta. Essi contribuiscono a ridurre il trauma chirurgico e a velocizzare l’intervento. Il loro utilizzo dovrebbe essere l’unica opzione nei pazienti diabetici o iperglicemici, sensibili agli effetti del microtrauma chirurgico indotto, che può causare la comparsa di un edema maculare post-operatorio. Il vero problema oggi non è la mancanza di una tecnica chirurgica capace di eliminare questa pericolosa complicanza, quanto piuttosto una certa “resistenza” ad abbandonare la convenzionale facoemulsificazione, utilizzata con successo dagli oculisti per decenni, in funzione di una nuova tecnica che richiede l’uso di una strumentazione molto più complessa, di una nuova curva di apprendimento da parte del chirurgo oculista, e che è caratterizzata da costi di gran lunga più elevati. Tutti fattori decisivi a far si che questo tipo d’intervento sia spesso presente solamente in centri chirurgici di comprovata eccellenza.

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