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La tradizione della festa di San Giuseppe

Lo chef Federico Valicenti ci svela cosa si cela dietro questa tradizione e ci propone la sua personale ricetta per preparare delle gustose zeppole, tipiche di questa festa

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La tradizione della festa di San Giuseppe

La festa di San Giuseppe ha un ricordo antico, la benedizione di piccoli pani portati come devozione in Chiesa al mattino da fornai e casalinghe, panini bitorzoluti che vengono spezzettati e offerti a tutti i fedeli e quelli in rimanenza regalati alle famiglie, con un occhio di riguardo agli ammalati, cosi da renderli partecipi alla comunione nel sacro rito del pane benedetto. Ma quello che si aspettava sicuramente era il pranzo: a tavola la mamma portava la pasta con la mollica di pane fritta sopra, papà la preferiva asciutta, mentre noi bambini, e in seguito anche da adulti, la chiedevamo condiva con sugo di carne. La mollica di pane raffermo condiva di solito una pasta particolare chiamata Mafaldina, un formato di pasta lunga con ricci laterali. In seguito ho scoperto perché si adoperava questo tipo di pasta; l’arricciatura laterale di questa stretta lasagna, permette di contenere la mollica di pane, senza che questa si riversi nel piatto. Alcuni alla mollica di pane aggiungono anche uva sultanina oppure acciughe fritte, ottima variante dal sapore unico e irripetibile. Per preparare una buona mollica è necessario un buon pane casereccio raffermo, dell’ottima polvere di peperone macinato fine e un superlativo olio extravergine di oliva. Un uso molto comune era quello di baciare le fette di pane che cadevano per terra, ripulirle e mangiarle, come era considerato cattivo auspicio mettere il pane in tavola dalla parte lievitata, dove veniva incisa una croce che si apriva al calore del forno. Così la sacralità del pane trova giusto compenso nei riti che lo accomunano con San Giuseppe, padre e lavoratore. Nelle celebrazioni cosmiche della natura, il 19 marzo è a tutti gli effetti la vigilia dell’equinozio di primavera. Prima dell’avvento del cristianesimo si svolgevano i baccanali, i riti dionisiaci volti alla propiziazione della fertilità, caratterizzati da un’estrema licenziosità. Nel mese di marzo venivano svolti anche i riti di purificazione agraria. Tracce del legame con questo tipo di culti si ritrovano nella tradizione dei falò con i residui del raccolto dell’anno precedente, ancora diffusi in molte regioni.

Il falò, per tradizione, fa parte dei riti silvestri pagani, che attraverso il rituale di purificazione e di consacrazione, volevano celebrare l'arrivo della primavera e invocare una buona annata per la raccolta nei campi. Su questa tradizione si è successivamente innestata la ricorrenza religiosa di San Giuseppe, fissata dal calendario della liturgia cristiana il 19 marzo. La chiesa, riappropriandosi del rito molto diffuso nelle comunità arcaiche, decise di festeggiare San Giuseppe, padre del Cristo Redentore. Cosi, secondo la tradizione, San Giuseppe, oltre ad essere il patrono dei falegnami e degli artigiani, è anche il protettore dei poveri, perché a Giuseppe e Maria partoriente, da poveri in fuga fu negato un riparo. Oltre al pane deposto sugli altari, benedetto e diviso in Chiesa e nelle case, elemento importante legato alla festa di San Giuseppe diventano i fuochi della purificazione, che simboleggiano la luce e il calore che accompagna e illumina la retta via da percorrere, in ricordo dell'evento biblico, della fuga della Sacra Famiglia da Erode.

Altre tradizioni attribuiscono l’origine di questi falò al fatto che San Giuseppe andasse casa per casa a Betlemme a chiedere un po’ di brace per riscaldare il Bambino Gesù. I falò e le tavole imbandite si ritrovano nei paesi devozionali, dove la festa è celebrata all’insegna degli elementi fondamentali del pellegrinaggio e dell’ospitalità; il padrone di casa serve i poveri seduti alla tavola benedetta in onore del banchetto di San Giuseppe.

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