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Audrey Hepburn, ambasciatrice Unicef, per prima parlò del suo tumore

A Roma una mostra la celebra: ‘Audrey a Roma – Esterno giorno’. Il figlio Sean ripercorre la malattia della madre e il suo coraggio

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Audrey Hepburn, ambasciatrice Unicef, per prima parlò del suo tumore
AUDREY HEPBURN - Roma - 1960 Pierluigi Praturlon © Reporters Associati

Ha dimostrato che si può essere una grande star anche solo passeggiando per la strada, portando a spasso il cane, facendo la spesa, comprando il giornale, svolgendo il rito romano delle "pastarelle" della domenica, a braccetto con il proprio marito, per mano ai figli, dal fioraio, facendo shopping. Audrey Hepburn ha dimostrato di essere non solo diva del cinema, ma mamma premurosissima e Ambasciatrice: la mostra ‘Audrey a Roma – Esterno giorno’, in programma al Museo dell’Ara Pacis (dal 28 ottobre al 4 dicembre) lo prova attraverso abiti, oggetti personali, 130 scatti inediti e video. Questo omaggio servirà a raccogliere fondi per l’’Unicef e il suo progetto di lotta contro la malnutrizione.

L’icona di "Vacanze romane" è stata soprattutto una donna normale, affatto diva: nell’eleganza ma anche nel sapere affrontare un cancro l’ha spenta nel giro di tre mesi. Fu tra le prime donne celebri a confessare la parola ‘cancro’, all’epoca ancora impronunciabile.

Lo racconta a più Sani più Belli Sean Hepburn Ferrer (autore di “Un’anima elegante”, Tea editore), figlio per il quale la mamma-star rifiutò un film di Hitchcock.

“Mamma ebbe una infanzia normale fino a quando la Guerra le fece mangiare cose che normalmente non fanno parte della nostra cultura alimentare: dai bulbi di fiori dei tulipani, con i quali facevano delle farine, a farine fatte coi piselli o biscotti per cani. Non c’era altro. Non si sa che controindicazioni abbiano avuto sullo stomaco di chi si nutrì in questo modo. Ma sappiamo che dopo la Guerra, i problemi di salute ai danni dell’intestino sono stati numerosi.

Mamma ha sempre seguito uno stile di vita sanissimo: dieta mediterranea e mai nulla di congelato. Diceva: ‘Un piatto troppo bianco, senza colori, non è interessante e dunque non può fare molto bene’. Beveva poco: ogni tanto una birra d’estate o un whisky alle 5 del pomeriggio. Certo, fumava, tra le 10 e le 12 sigarette al giorno, che accendeva quando squillava il telefono e, per abitudine, spengeva sempre a metà. Non rinunciava mai a camminare nelle vigne e nella sua casa in Svizzera, dopocena, portando a spasso i cani. Il grosso problema è giunto quando ha cominciato a lavorare per l'Unicef e ha dovuto prendere una quantità incredibile di vaccini per andare nei vari paesi in via di sviluppo”.

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