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Pane al carbone vegetale: fa bene o fa male?

È il prodotto da forno più discusso e ricercato degli ultimi mesi, ma il suo consumo è salutare? L’esperta ci aiuta a fare chiarezza.

Pane al carbone vegetale: fa bene o fa male?

Con la consulenza della dottoressa Chiara Manzi, biologa nutrizionista e presidente dell’Art joins Nutrition Academy

 

Farina, lievito, acqua e carbone vegetale. È questa la ricetta del prodotto da forno più discusso negli ultimi tempi. Ma attenzione a chiamarlo “pane al carbone vegetale”. A dirlo è una nota del Ministero della Salute dello scorso 22 dicembre, integrata il 15 gennaio. Nel documento si riporta che “è ammissibile la produzione di un ‘prodotto della panetteria fine’ denominato come tale, che aggiunga agli ingredienti base (acqua, lievito e farina), tra gli altri, anche il carbone vegetale come additivo colorante e nelle quantità ammesse dalla regolamentazione europea in materia (Reg. CE 1333/08 All. II Parte E)”, ma “non è ammissibile chiamarlo ‘pane’”. Inoltre, secondo il Ministero “non è ammissibile aggiungere nell’etichettatura, presentazione o pubblicità del prodotto alcuna informazione che faccia riferimento agli effetti benefici del carbone vegetale per l'organismo umano, stante il chiaro impiego dello stesso esclusivamente quale additivo colorante”.

 

Ma che cos’è il carbone vegetale?

“Si tratta di una sostanza naturale - spiega la dottoressa Chiara Manzi, biologa nutrizionista e presidente dell’Art joins Nutrition Academy -, precisamente una polvere ottenuta dal legno opportunamente carbonizzato. Le normative vigenti consentono il suo utilizzo come colorante alimentare (classificato dall’Unione Europea con la sigla E153); oppure come ingrediente funzionale negli integratori alimentari contro il meteorismo. Nei mesi scorsi il carbone vegetale è stato erroneamente considerato un prodotto salutistico grazie a un’intensa campagna pubblicitaria ingannevole che ha favorito la vendita dei prodotti colorati di nero a prezzi stratosferici. Si tratta ovviamente di una bufala. L’unica proprietà benefica attribuibile al carbone vegetale, è la capacità di assorbire i gas intestinali. L’EFSA (l’Autorità Europea sulla Sicurezza Alimentare) stabilisce che tale effetto benefico si ottiene con l’assunzione di 1 grammo di carbone vegetale almeno 30 minuti prima del pasto e di un altro grammo subito dopo il pasto”.

 

Che differenza c’è tra il carbone vegetale e quello che è utilizzato nei prodotti alimentari come colorante?

“Chiariamo subito che non ci sono differenze. Il carbone vegetale usato negli integratori (indicato sulle confezioni come carbone attivo) e quello usato per colorare gli alimenti (indicato come E153) - spiega la nutrizionista - è esattamente lo stesso, cambiano le quantità e le normative che ne regolano l’uso. Chi vuole godere dei benefici del carbone vegetale contro il meteorismo, può farlo esclusivamente assumendo degli integratori, dietro il parere del proprio medico, nei quali sono contenute le opportune quantità stabilite da EFSA. Al contrario, gli alimenti colorati con il carbone vegetale, ne contengono minime quantità. In assenza di quantità limite stabilite dalla legge, il criterio utilizzato per colorare gli alimenti è quello del quantum satis, ossia ‘quanto basta’. Una porzione di un alimento nero contiene quantità molto lontane dagli 1-2 grammi necessari all’azione contro il meteorismo. Per questa ragione è da escludere categoricamente l’effetto benefico del carbone vegetale come colorante”.

 

Ma il pane al carbone vegetale fa bene o fa male alla salute?

“Né l’uno né l’altro. La colorazione - conclude l’esperta - ha esclusivamente una funzione commerciale: i ‘miracoli’ del pane nero non sono altro che una bufala. La differenza tra il pane tradizionale e quello al carbone vegetale consiste nell’aggiunta di una minima quantità di carbone e nel prezzo, ingiustificatamente alto. Quello del pane nero, può arrivare a toccare anche i 6 -7 euro al chilo”.

di Angela Altomare

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