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Il nemico nel piatto

Mal di testa, strane reazioni cutanee, crampi muscolari, perfino la tosse: sono tutti possibili sintomi di un’intolleranza alimentare

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Il nemico nel piatto

Le intolleranze alimentari spesso non provocano sintomi immediati perché agiscono per accumulo, come una vera e propria intossicazione, e quindi possono passare anche mesi prima che si manifestino disturbi tali da collegarli a una causa alimentare; al contrario delle allergie che si manifestano immediatamente, perché la sostanza scatenante provoca una reazione immediata (rendendosi quindi facilmente identificabile).
Le intolleranze possono essere causate da deficit degli enzimi digestivi (un classico esempio è l’intolleranza al lattosio), da una contaminazione batterica dell’intestino tenue, da un rallentamento del transito intestinale. 

I disturbi sono vari, e prevalentemente colpiscono la pelle (con reazioni cutanee tipo eczema), ma anche stomaco e intestino (provocando difficoltà digestive, nausea, vomito, dolori addominali, diarrea).

 

A caccia del colpevole

Se si accusano disturbi che non sono ricollegabili a nessuna causa specifica, si potrebbe essere in presenza di un’intolleranza alimentare; per scoprirlo occorre rivolgersi al proprio medico, che potrà consigliare una visita specialistica da un dietologo o un allergologo. Già da soli, però, ci si può fare una sorta di autodiagnosi, prestando attenzione al tipo e alla frequenza dei sintomi, nonché al momento preciso in cui si verificano in relazione al consumo di determinati alimenti. Dal punto di vista medico, la diagnosi di intolleranza alimentare avviene per esclusione.
In pratica, è necessario individuare l’alimento sospetto, eliminarlo dalla dieta per 2-3 settimane e poi reintrodurlo per altre 2-3 settimane.
Se i sintomi scompaiono durante il periodo in cui viene abolito l’alimento e si ripresentano nel momento in cui viene reintrodotto nella dieta, si può ragionevolmente dedurre che si tratta di intolleranza. A questo punto si fa una ulteriore verifica, attraverso test diagnostici come il Prick test (che consiste nell’inserimento sottocutaneo di estratti di un determinato alimento, mediante iniezione o sfregamento, per verificare l’eventuale comparsa di una reazione di prurito o di gonfiore) e il RAST (un prelievo di sangue che permette di valutare quante immunoglobuline di classe E, ossia gli anticorpi responsabili dei disturbi contro un determinato allergene, sono presenti nel sangue). Se i risultati dei test escludono il coinvolgimento del sistema immunitario, scartando la possibilità che si tratti di allergia, ci si trova in presenza di un’intolleranza. Una volta identificati gli alimenti o i componenti alimentari nocivi, la soluzione consiste nell’eliminarli dalla dieta. In alcuni casi, è sufficiente ridurli.


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